27 ottobre 2009

Berlusconi eletto direttamente dal popolo? Balle

Berlusconi eletto direttamente dal popolo? Balle
http://temi.repubblica.it/micromega-online/berlusconi-eletto-direttamente-dal-popolo-balle/

La frase "eletto direttamente dal popolo" domina la scena. Il sempre più
pensoso Pecorella l'ha usata in modo preventivo per convincere la Corte
Costituzionale che al presidente del consiglio devono essere accordate
guarentigie speciali, superiori a quelle che toccano alle altre cariche
dello Stato. La Corte ha cestinato il suggerimento.

Ora il presidente del consiglio non passa minuto che non ci ripeta "sono
stato eletto direttamente dal popolo". L'affermazione dovrebbe smontare
secondo lui l'impianto logico che la Consulta ha opposto al Lodo Alfano:
preminente su tutto è l'uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge; se
per caso si deve derogare al principio essenziale della Costituzione si
deve per forza farlo con una legge di rango costituzionale; ma, qui è il
punto, una legge costituzionale non può intaccare il principio di
uguaglianza. Non c'è scampo per il Lodo Alfano.

Ma è poi vero che Berlusconi è stato eletto direttamente dal popolo?
Niente affatto. I cittadini italiani sono stati costretti a votare da una
legge elettorale infame che, oltre a impedir loro di votare per chi
volevano, li ha obbligati a votare per simboli in cui era stato infilato
il logo "Berlusconi presidente" o "Veltroni presidente". Una forzatura cui
a suo tempo la classe dirigente di centrosinistra non seppe e non volle
opporre tutte le necessarie riserve di ordine costituzionale. Quali? Per
esempio: la repubblica è parlamentare e non presidenziale; imporre il
trucco di quella scritta è una precisa lesione alla natura della
repubblica. Oppure: nella Parte II della Costituzione, al Titolo III (Il
Governo) è contemplato nella Sezione I il Consiglio del Ministri e nel suo
contesto il presidente del consiglio compare con chiarezza come primus
inter pares. Non c'è una sezione dedicata a lui: infatti la Sezione
successiva, la II, è dedicata alla Pubblica Amministrazione. Nell'indice
il presidente del consiglio è saltato a piè pari. Secondo Pecorella
invece, in virtù della formuletta inserita nel logo del simbolo
elettorale, Berlusconi sarebbe primus super pares.

E' una colossale panzana. La cosiddetta elezione diretta è solo un subdolo
artificio iconografico: una scritta nel simbolo e niente di più. Quanto
alla vera elezione diretta del presidente del consiglio l'unico caso è
quello di Israele. Considerato universalmente un disastro istituzionale,
che giuristi di tutto il mondo hanno illustrato e commentato. Ma se
proprio Berlusconi ritiene di ispirarsi a Israele potrebbe seguire
l'esempio del suo presidente del consiglio Olmert che ha lasciato la
carica e si è fatto processare per corruzione. Si è anche detto onorato di
aver guidato un paese in cui il capo del governo non ha diritti superiori
a quelli di tutti i cittadini. Che dirà il sempre più pensoso Pecorella?

Pancho Pardi

(12 ottobre 2009)


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Vescovi africani contro l'imperialismo culturale dell'Occidente

Vescovi africani contro l'imperialismo culturale dell'Occidente
Gli aiuti umanitari non possono essere condizionati


di Carmen Elena Villa


CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 15 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Gli aiuti
umanitari che arrivano al continente africano sono a volte accompagnati da
"una sorta di imperialismo culturale", ha denunciato il Cardinale
Théodore-Adrien Sarr, Arcivescovo di Dakar (Senegal).

Il porporato è intervenuto questo mercoledì durante una conferenza stampa
nella quale è stato presentato un primo bilancio della seconda Assemblea
Sinodale per l'Africa, in svolgimento dal 5 al 24 ottobre.

"Se ci vogliono aiutare, non possono però instillarci idee che non
riteniamo corrette. Vogliamo essere aiutati, ma nella verità, e rispettati
per quello che siamo", ha detto.

Per questo, ha esortato a che "i popoli occidentali si distacchino dal
pensiero che tutto quel che credono e fanno diventi regola in tutto il
mondo".

Da parte sua, il Cardinale John Njue, Arcivescovo di Nairobi (Kenya), ha
sottolineato che "la cooperazione e gli aiuti sono necessari", ma che
bisogna anche "rispettare l'indipendenza e il punto di vista, la cultura e
la dignità" dei popoli africani.

Il Cardinale Njue ha osservato che "non va bene dare aiuti condizionati al
cambiamento dei valori della persona su temi come l'aborto e la concezione
della famiglia", e ha indicato che "gli africani hanno bisogno di
cooperazione, ma bisogna rispettare la loro indipendenza, la loro cultura
e la dignità della persona umana".

Dall'altro lato, il Cardinale Wilfrid Fox Napier, Arcivescovo di Durban
(Sudafrica) e presidente delegato del Sinodo, ha affermato che "in Africa
persiste una situazione difficile dal punto di vista dei conflitti e delle
calamità", e ha segnalato che, anche se c'è bisogno della cooperazione
internazionale, "bisogna che l'indipendenza delle popolazioni africane
venga rispettata".

Ciò che "viene da fuori deve essere nel rispetto della cultura e della
dignità della persona umana". A questo proposito, ha portato ad esempio il
settore commerciale, dove "chi soffre alla fine è il produttore".

Il porporato ha quindi ricordato che l'Africa "ha enormi potenzialità" e
che "lo sviluppo deve essere aiutato", ma che si vuole "una partnership su
un piano di parità".

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Genova G8: i colpevoli e gli “intoccabili”

Genova G8: i colpevoli e gli "intoccabili"

di Emiliano Sbaraglia
http://temi.repubblica.it/micromega-online/genova-g8-i-colpevoli-e-gli-intoccabili/

L'assoluzione dell'allora capo della polizia Gianni De Gennaro (nel
frattempo divenuto capo del coordinamento dei Servizi segreti) e dell'ex
dirigente della Digos di Genova, Spartaco Mortola (nel frattempo promosso
vice questore vicario di Torino), già di per sé aveva il sapore di una
beffa per tutti coloro che in quelle maledette giornate di Genova c'erano,
o che in questi anni hanno tentato di seguirne le vicende processuali, tra
omissioni e disinformazioni.

Quando poi, a poche ore di distanza, sono arrivate le misure durissime
della seconda sezione della Corte d'Appello del capoluogo ligure per dieci
presunti black bloc (98 anni e 9 mesi di reclusione la somma totale
richiesta), tutto appare, ancora una volta, irrimediabilmente lampante:
per i fatti accaduti a Genova nei giorni tra il 19 e il 22 luglio del
2001, oltre al vergognoso strascico consumato nel carcere di Bolzaneto,
non ci sarà mai verità e giustizia. Come non ci sarà mai verità e
giustizia per la morte di Carlo Giuliani; basta rileggere i commenti
soddisfatti di maggioranza e rappresentanti significativi dell'attuale
opposizione all'assoluzione di De Gennaro, definito da Haidi Giuliani, la
madre di Carlo, un "intoccabile".

Di tutto questo parliamo con Lorenzo Guadagnucci, del comitato "Verità e
Giustizia per Genova", giornalista che la sera del 21 luglio del 2001 si
trovava dentro la scuola Diaz, dalla quale uscì per essere ricoverato in
ospedale a causa delle ferite riportate dopo quella che Michelangelo
Fournier, all'epoca vicequestore aggiunto del primo Reparto Mobile di
Roma, in una udienza ebbe (per un attimo) l'onestà civile di definire
"macelleria messicana".

Dunque, Guadagnucci, partiamo dall'ultima condanna della corte d'appello
di Genova. A neanche due giorni dall'assoluzione di De Gennaro e Mortola,
sembra essere l'ennesima beffa...
E' una sentenza che va oltre le peggiori attese. La Corte ha aggravato le
pene, già molto severe, inflitte in primo grado a una decina di persone,
responsabili secondo l'accusa di una serie di azioni qualificate come
'devastazione e saccheggio'. Si sono inflitte pene a dieci, dodici anni,
in un caso addirittura quindici. Stiamo parlando di persone che avrebbero
compiuto azioni sicuramente condannabili: gli episodi più gravi sono il
lancio di una molotov contro il portone del carcere di Marassi e
l'incendio di una camionetta vuota dei carabinieri. Reati stupidi e che è
giusto punire, ma in nessun caso si è trattato di violenze contro le
persone. Come è possibile condannare a dieci, quindici anni? Sono pene
alle quali spesso non si arriva nemmeno per casi di omicidio, molto
superiori a quelle inflitte per violenza sessuale. C'è una sproporzione,
nell'entità di queste pene, che fa pensare a certe condanne esemplari,
negli stati autoritari, a carico dei dissidenti. Siamo al di fuori del
perimetro delle democrazie rispettose dello stato di diritto: oggi, in una
democrazia sana, griderebbero allo scandalo i politici e i movimenti di
ispirazione liberaldemocratica; si metterebbe in discussione l'esistenza
nel codice penale di un reato, introdotto non a caso in epoca fascista,
che prevede pene enormi - minimo otto anni - per fattispecie poco
definite: qual è il confine fra danneggiamento e devastazione? Se poi
pensiamo che per le stesse vicende del G8 di Genova, violenze fisiche
gravissime, come quelle compiute nella "macelleria messicana" alla Diaz, o
quelle esercitate alla caserma di Bolzaneto contro decine di detenuti (i
giudici hanno parlato esplicitamente di tortura), le condanne sono state
ben inferiori, massimo quattro anni, e coperte per lo più dalla
prescrizione. E questo nonostante l'aggravante costituita dal fatto di
indossare una divisa e d'essere quindi, in quel momento, rappresentanti
dello stato, quindi preposti a garantire i diritti dei cittadini. Credo
che questa sentenza sia molto grave, e al tempo stesso emblematica della
distorsione del percorso democratico del nostro paese.

Tornando all' "intoccabile" De Gennaro, come si può assolverlo dall'accusa
di aver indotto alla falsa testimonianza l'ex questore Francesco Colucci,
che invece viene rinviato a giudizio?
Sul piano strettamente tecnico, dovremmo capirlo quando saranno
disponibili le motivazioni della sentenza del giudice. Colucci, in ogni
caso, potrebbe essere assolto e quindi seguire la stessa sorte del suo
capo; oppure potrebbe subire una condanna senza che la corte ritenga che
via sia stata o sia provata un'intelligenza con De Gennaro. Ma non è
questo il punto: sul piano tecnico-processuale, non è facile provare un
reato come l'istigazione alla falsa testimonianza, in assenza - com'è il
caso di De Gennaro - di intercettazioni telefoniche dirette. Detto questo,
restano i comportamenti concreti, le scelte compiute nell'esercizio delle
proprie funzioni. Sotto questo profilo Gianni De Gennaro, a mio avviso,
non merita affatto i complimenti, le lodi, le telefonate personali che
politici di maggioranza e opposizione gli hanno fatto, affrettandosi a
darne annuncio all'agenzia Ansa. Voglio dire che le trascrizioni delle
telefonate fra Colucci e Mortola restano, la sentenza di assoluzione non
le può cancellare e chiunque può leggerle e farsi un'idea su che cosa è
avvenuto, su quali relazioni sono intercorse fra testimoni e imputati,
sull'atteggiamento verso i pm del processo Diaz. De Gennaro è stato
assolto ma non si può ignorare qual è stato il comportamento suo e del suo
gruppo dirigente negli otto anni seguiti al G8 di Genova. La polizia di
stato ha ostacolato il corso della giustizia, anziché mettersi a
disposizione della magistratura; gli altissimi dirigenti imputati al
processo Diaz - tutti nel ristrettissimo entourage di De Gennaro - sono
stati promossi a ruoli ancora superiori a processo in corso e hanno tenuto
un comportamento processuale indegno di dirigenti di quel rango: si sono
avvalsi della facoltà di non rispondere come normali cittadini imputati
per reati comuni, rifiutando quindi di rispondere ai pm e di fornire
spiegazioni ai giudici e ai cittadini su quanto avvenuto la notte del 21
luglio 2001, una delle pagine più vergognose nella storia della polizia
italiana. E' un comportamento a mio avviso incompatibile con l'etica di un
alto dirigente di polizia: chi occupa ruoli del genere deve rispondere ai
pm, quando sia sotto processo per ipotesi di reato tanto gravi; se
preferisce comportarsi come un cittadino comune, può certamente farlo, ma
prima deve lasciare l'incarico. Non ci sono vie intermedie possibili, per
chi abbia un'etica degna di una democrazia. Nel luglio 2001 l'ordine
pubblico a Genova è stato gestito in modo fallimentare, oltreché lesivo
dei diritti fondamentali: la stessa Corte europea per i diritti dell'uomo
ha condannato lo stato italiano a risarcire la famiglia Giuliani. De
Gennaro era il responsabile della polizia di stato nel 2001. Perciò mi
domando quale sia la vera origine dei complimenti che ha ricevuto dopo la
sua assoluzione; mi chiedo perché i media abbiano riferito la notizia come
se l'assoluzione per l'episodio di Mortola e Colucci cancellasse le
responsabilità morali, etiche, professionali, alla fine politiche che
gravano su di lui per la gestione complessiva del G8 di Genova, prima
durante e dopo il luglio 2001. Credo che si tratti, anche stavolta, di una
spia di rapporti profondamente malati fra potere elettivo e apparati di
sicurezza.

La sera di sabato 21 luglio tu eri alla Diaz, e quanto è successo, anche
dopo, lo hai raccontato in un bel libro (Noi della Diaz). A otto anni di
distanza cosa ti rimane ancora dentro di quella allucinante esperienza?
Sul piano personale, resta l'amarezza di un cittadino che il 23 luglio
2001, quando arrivò l'ordine di scarcerazione e lasciò l'ospedale nel
quale era ricoverato e detenuto, si aspettava dal proprio paese una
reazione proporzionata alla gravità dei fatti, reazione che non c'è stata.
Nessuno, al vertice dello stato, ha mai pensato di chiedere scusa alle
vittime di abusi e violenze. I responsabili di quelle violazioni non sono
stati trattati come avrebbero meritato, a danno della credibilità delle
istituzioni e con effetti diretti sulla cittadinanza, legittimata a
nutrire poca fiducia verso le forze di polizia e la capacità degli organi
costituzionali di proteggere i propri cittadini dagli abusi eventualmente
commessi da uomini dello stato. A otto anni di distanza, devo riconoscere
di avere cambiato una serie di idee e valutazioni sul mio paese. L'Italia
è un paese meno civile, vitale e quindi libero di quanto pensassi la sera
del 23 luglio. E' un paese che accetta l'esistenza di centri di potere
intangibili; è anche un paese incline al conformismo e al servilismo,
specialmente nel mondo politico e nei media.

Tu appartieni al comitato "Verità e Giustizia per Genova", che sin dallo
stesso 2001 si batte per far emergere una realtà dei fatti che, malgrado
le innumerevoli denunce e la inequivocabile documentazione, soprattutto
composta da materiale-video, continua ad essere messa a tacere con
protervia ed estrema disinvoltura. Non viene la voglia di lasciar perdere?
Quando abbiamo fondato il Comitato, pensavamo soprattutto a due cose: la
prima, svolgere un'azione di informazione diretta su quanto accaduto a
Genova al G8, in modo che tutti potessero farsi un'opinione compiuta,
attraverso la conoscenza dei fatti e il confronto delle opinioni; la
seconda: raccogliere fondi per sostenere la tutela legale nei procedimenti
penali in corso. Credo che siamo riusciti ad attenerci a queste consegne.
Abbiamo raccolto decine di migliaia di euro, utilizzate per l'enorme mole
di documentazione che è stato necessario raccogliere e organizzare. E
anche sul piano dell'informazione e dell'azione politica credo che abbiamo
svolto un buon lavoro: nonostante la pavidità dei maggiori media e
l'imbarazzo che ha caratterizzato il ceto politico di centrosinistra sui
nostri temi, credo che fra i cittadini la consapevolezza sulla realtà
realtà dei fatti di Genova sia molto più diffusa di quanto non si pensi,
grazie a migliaia di incontri pubblici e iniziative, nonché la produzione
di materiali d'informazione d'alta qualità. Noi, con altri, abbiamo
partecipato con grande impegno a questo lavoro di base. La voglia di
lasciar perdere, più che di fronte all'esito di certi processi, affiora
quando vedi l'indifferenza o il fastidio di chi dovrebbe affiancarti in
questa lotta, che ha un valore morale, culturale e politico più che
giudiziario. Penso ad alcuni episodi specifici: il no alla commissione
parlamentare d'inchiesta dovuto alle improvvise e vili defezioni di alcuni
deputati radicali e dell'Italia dei Valori meno di due anni fa; la
promozione di Gianni De Gennaro a capo di gabinetto del ministro Amato;
gli applausi di quest'estate a Gianfranco Fini alla Festa dei Democratici
a Genova quando si è felicitato per la conferma dell'assoluzione di Mario
Placanica, il carabiniere che avrebbe ucciso Carlo Giuliani, commentando
una sentenza che in realtà infliggeva una pena pecuniaria allo stato
italiano per la gestione inadeguata dell'ordine pubblico. In momenti del
genere può venire la voglia di lasciar perdere, ma poi prevale un'altra
riflessione: qualunque cosa accada, a gruppi come il nostro spetta un
lavoro di minoranza; il nostro compito è dire la verità, senza riguardi
per alcuno. I più preferiscono ignorarci e fare finta di nulla. Ma ci sono
altri che ci ascoltano e quindi vale la pena fare quello che facciamo: in
questo modo si può sperare di scalfire la cappa di apatia che ci asfissia.
Nessuno potrà dire di non avere saputo.

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I clan addestrano baby gang con ragazzi di dieci – dodici anni

I clan addestrano baby gang con ragazzi di dieci – dodici anni

17-10-2009 http://domani.arcoiris.tv/?p=2583
di Susanna Ambivero

Il quartiere del Vomero, via Foria, piazza Vanvitelli, luoghi diversi del
capoluogo campano che hanno in comune la particolarità di essere stati
ripetutamente palcoscenico di raid di baby gang in odore di camorra, orde
di bande di ragazzini, spesso poco più che bambini, che si ritrovano per
compiere rapine e violenze realizzate con estrema efferatezza, ben altra
cosa rispetto al fenomeno dei bulli di quartiere.
E' da tre o quattro anni che i clan camorristici hanno avviato una vera e
propria opera di reclutamento di ragazzini, anche di 10 o 12 anni, prima
volta nella storia di un gruppo malavitoso che di scrupoli e
considerazione per gli altri aveva già dimostrato di averne ben pochi ma
che non ci si sarebbe aspettati che arrivasse con tanta comodità a
prendere l'abominevole decisione di sacrificare l'incolumità e il futuro
dei propri figli in funzione solo del proprio personale appagamento.
La camorra con questa azione si sta macchiando di un infamità che va ben
oltre il confine tra il lecito e l'illecito, con questa condotta sta
violentando una generazione intera privandola anche solo della speranza di
poter crescere.
I vantaggi per i clan sono molteplici, un ragazzino può essere
sottopagato, non ha solitamente una famiglia da mantenere ed è disposto a
esserci quando al clan occorre. Si inizia affidandogli l'incarico di
spacciare droga, prima quella leggera poi la cocaina, i gruppi di
baby-spacciatori hanno il vantaggio di riuscire a non dare nell'occhio
confondendosi tra i coetanei.
Ma cosa è stata la molla che ha fatto crollare anche l'ultimo indugio ad
annullare l'istinto naturale di proteggere i figli e questo al di la del
giudizio personale su ciò che è bene e ciò che è male?
Non posso credere che questa scellerata decisione sia stata presa solo in
virtù del fatto che la nostra giurisprudenza non permette che siano
imputabili i minori di 14 anni e che perciò, una volta catturati dalle
forze dell'ordine, i ragazzini vengano quasi sempre riaffidati alla
famiglia di origine o che la soglia di piena punibilità giuridica sia
rappresentata dalla maggiore età.
Ci deve essere qualcos'altro ad aver permesso che si compisse un atto
tanto perverso.
Una spiegazione, forse, la si può trovare nel fatto che la camorra, intesa
come concezione di vita, ha rubato qualsiasi traccia di dignità anche ai
suoi stessi appartenenti. Può darsi che questo stato di cose sia il frutto
di un ambiente diventato per sempre più arido, meschino, spregevole, vile,
gretto, squallido, turpe e sordido che arriva ad approfittare dei figli
immolandoli per il proprio egoismo. Questa non è più solo malavita, questa
è la rappresentazione di un ambiente bestiale e primitivo che si è privato
di ogni scrupolo.
D'altronde lo sforzo richiesto agli uomini di camorra per conquistare i
bambini è minimo, quando si è molto giovani si è facilmente
suggestionabili e se diventare membro della camorra viene venduto come il
lasciapassare per poter accedere ad una congrega esclusiva e segreta,
ricca di riti e simboli, allora il gioco è fatto e i bambini diventano
marionette nelle mani dei grandi. Per poter influenzare un ragazzino ci
vogliono solo trucchi da prestigiatori; una bella scenografia, cerimoniali
intriganti, emblemi che lo facciano sentire parte di un grande gioco in
cui anche a lui viene riconosciuto un compito specifico.
I riti, i simboli, sono solo mezzi utilizzati per influenzare in maniera
devastante i giovani, con questi strumenti si è in grado di trasformare
dei bambini in perfetti soldati, spietati e pronti a tutto pur di
compiacere il loro padrone.
Ai ragazzini vengono anche affidati i compiti che li espongono
maggiormente al rischio di venir braccati dalle forze dell'ordine, poco
importa a quei padri senza onore se questo significa anche esporre i
propri figli a potenziali conflitti a fuoco, a creare ad arte per loro una
trappola in cui in gioco c'è la vita stessa.
Un figlio una volta era considerato un dono, per chiunque, da qualsiasi
parte si provenisse e qualsiasi cosa si volesse fare, ora il sistema è
riuscito nell'impresa di trasformare i genitori in produttori consapevoli
di "carne da macello" da sacrificare sull'altare del potere e della
ricchezza.
Non è un fenomeno sovrapponibile al bullismo portato agli estremi, è la
realizzazione della più meschina delle manipolazioni in cui alcuni adulti
approfittano della cieca fiducia dei giovani per influenzarli, alterando
per sempre la concezione del bene e del male che a questa età non ha
ancora finito di compiersi.
Tutto è studiato a tavolino, ai ragazzini viene affidato un territorio
d'azione lontano da dove vivono, questo permette di dar loro l'illusione
di potersi vestire dell'abito della persona che gli piacerebbe essere,
qualcuno rispettato che può incutere timore ed è sprezzante delle regole.
Questo osceno castello di carte cadrebbe immediatamente se per le strade
si incrociasse qualcuno che ti ha visto crescere e giocare, se la signora
che vuoi scippare si rivelasse essere la zia che fino a ieri ti puliva il
nasino.
Il peggior atto di accusa verso questo costume lo ha emesso D.P. 13 anni,
che dopo una rapina a Capodimonte finita con l'arresto suo e di un altro
giovanissimo complice, alla domanda sul perché facesse questo ha risposto
con una naturalità da far rabbrividire "è la camorra che me lo fa fare".
D.P. dimostra anche meno dei suoi 13 anni ma non va a scuola, la considera
una perdita di tempo. Non venitemi a dire che sono le ristrettezze
economiche ad indurre un simile pensiero nella testa di un bambino, queste
sono frasi che possono uscire dalla bocca del figlio di un imprenditore
come da quella del figlio di un operaio, la differenza sta nel
condizionamento che si riceve in famiglia a prescindere dall'estrazione
sociale alla quale si appartiene. F.F. il complice quindicenne, avendo
superato la soglia dei 14 anni che permette di essere perseguiti per
legge, ha potuto cominciare ufficialmente la sua carriera da delinquente.
Chissà cosa ha pensato Ciro P. quando, ancora quattordicenne, ha ucciso a
coltellate Luigi Sica che di anni ne aveva quindici. Forse in quel momento
sentiva di aver conquistato il rispetto del boss del rione. Come si può
giudicare il fatto che la camorra ha tentato a forza di contribuire
economicamente per l'organizzazione del funerale di Luigi e che solo il
disprezzo dei genitori del ragazzo ucciso li ha fatti desistere. Due
ragazzini che abitavano nello stesso rione, che frequentavano gli stessi
locali, cresciuti nello stesso ambiente, come si giustifica una differenza
così abissale dei principi morali dimostrati?
Erano cinque ragazzi con un età compresa tra i 12 e i 16 anni gli
obiettivi di un raid sanguinario compiuto all'interno di una sala giochi.
"La camorra ha assestato un altro duro colpo" titolavano i giornali il
giorno seguente.
… la camorra??
Si comprenda che si sta assistendo alla morte di una intera comunità
attuata per sua stessa mano, dove i bambini sono considerati strumenti
usati per uccidere o per essere uccisi.
I giovani vengono sottoposti dai clan ad un periodo di addestramento per
renderli adatti a questi scopi; si fanno indossare ai ragazzini i
giubbotti antiproiettile e gli spara addosso. Li si prepara così a venir
uccisi, si crea un esercito di fanti a disposizione della criminalità
organizzata.
Un tempo vi erano delle regole non scritte che tutti rispettavano, donne e
bambini non dovevano essere uccisi. Si racconta che Don Raffaele Cutolo
andasse in giro con moglie e figli per proteggersi proprio contando su
questo dogma. Ma i tempi sono cambiati e donne e bambini non solo vengono
uccisi ma vengono anche usati per uccidere.
Susanna A. Pejrano Ambivero (Milano, 06 Agosto 1971) ha una formazione
medico scientifica, spesso impegnata in battaglie sociali e culturali
soprattutto nell ambito del contrasto alla mentalità mafiosa. Vive nel
profondo nord, a Cologno Monzese (MI), località tristemente nota per fatti
di cronaca legati a 'ndrangheta e camorra.
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SU ANNA POLITKOVSKAJA

UMBERTO DE GIOVANNANGELI INTERVISTA TANYA LOKSHINA SU ANNA
POLITKOVSKAJA
[Dal sito della Libreria delle donne di Milano (www.libreriadelledonne.it)
riprendiamo la seguente intervista apparsa sul quotidiano "L'Unita'" dell'
8
ottobre 2009 col titolo "Anna e gli altri, uccisi perche' cercavano la
verita'" e il sommario "Le sue riflessioni intrecciano ricordi personali e
considerazioni politiche. Tre anni fa veniva assassinata una giornalista
coraggiosa: Anna Politkovskaia. 'L'Unita'' ricorda Anna, il suo impegno, il
suo coraggio, assieme a Tanya Lokshina, giornalista, collaboratrice del
"Guardian", vicedirettrice di Human Rights Watch (Hrw) Russia. Tanya
Lokshina ha partecipato a Roma al Convegno organizzato dalla Commissione
straordinaria per i Diritti Umani del Senato presieduta da Pietro
Marcenaro,
su 'Informazione, opinione pubblica, diritti umani'"]

- Umberto De Giovannangeli: Tre anni dopo, cosa e' rimasto del lavoro di
Anna Politkovskaia?
- Tanya Lokshina: Occorre ricordare che grazie al lavoro svolto da Anna
Politkovskaia e' stato possibile scoprire dei fatti sconvolgenti sulla
seconda guerra di Cecenia. Inoltre ci sono stati moltissimi casi di
violazioni dei diritti umani ed e' stata proprio Anna Politkovskaia che ha
permesso di rendere pubblici questi fatti sia in Russia che nel resto del
mondo, perche' altre associazioni russe non erano neanche riuscite a venire
a conoscenza dei fatti che si erano svolti in Cecenia.
*
- Umberto De Giovannangeli: Qual e' il ricordo di Anna come giornalista e
come donna?
- Tanya Lokshina: C'e' un documentario che e' stato fatto su Anna, che si
chiama "Lettera ad Anna". Si tratta dell'opera di un documentarista
svizzero, e una delle persone intervistate era il direttore di "Novaja
Gazeta", il giornale per cui lavorava Anna. Nell'intervista veniva rivolta
a
lui la stessa domanda che lei mi ha fatto: qual e' la prima cosa che le
viene in mente riguardo alla personalita' di Anna Politkovskaia...
*
- Umberto De Giovannangeli: E quale fu la risposta del direttore?
- Tanya Lokshina: La prima cosa che ha detto, senza neanche pensarci un
attimo, e' stato: era una donna incredibilmente bella. Una donna che
appariva e si muoveva come una modella. Ed era anche una donna che era
mossa
da una ricerca ossessiva della giustizia. Era una donna che voleva anche
vivere una vita normale, che amava i figli e che era molta lieta di avere
avuto la notizia che stava per diventare nonna. Pero' quando si trovava di
fronte a un caso di ingiustizia, semplicemente non poteva fare a meno di
agire, era assolutamente motivata ad agire. Lei sapeva benissimo che
recarsi
in Cecenia durante la seconda guerra cecena era una cosa estremamente
pericolosa. Anna voleva fermarsi a un certo punto, avrebbe voluto ma non ce
l'ha fatta, anche perche' c'erano moltissime persone che la chiamavano o
che
le scrivevano per chiederle il suo intervento, il suo aiuto.
*
- Umberto De Giovannangeli: Anna Politkovskaia e' stata uccisa perche' era
una giornalista libera. Tre anni dopo, cosa significa provare ad essere un
giornalista libero nella Russia di oggi?
- Tanya Lokshina: La liberta' di stampa e' quasi inesistente oggi in
Russia.
La "Novaja Gazeta" e' praticamente l'unica isola di liberta' nel Paese. In
essa lavorano persone che continuano a esporre casi di violazione dei
diritti umani che si verificano nel Nord del Caucaso e in Russia. Dal
momento della sua fondazione, questo giornale ha perso cinque giornalisti:
assassinati per le loro inchieste, per le loro denunce. Hanno perso la vita
in nome della verita' e delle liberta' fondamentali. Oggi essere un
giornalista che lavora per un mezzo di comunicazione libero in Russia,
significa esporsi a un enorme rischio personale. Oggi ci sono ancora dei
giornalisti indipendenti che raccontano delle storie molto toccanti o
storie
drammatiche di violazioni dei piu' elementari diritti umani, ma non v'e'
dubbio che il vuoto lasciato da Anna Politkovskaia resta immenso.
*
- Umberto De Giovannangeli: Perche'?
- Tanya Lokshina: Perche' lei era la personificazione stessa del
giornalismo
indipendente in Russia. Inoltre le persone che si dedicano alle questioni
dei diritti umani in Cecenia, siano essi giornalisti, ricercatori,
attivisti
per i diritti umani, sono un numero veramente molto piccolo. E' come se
fosse una famiglia e quindi anche per questo la morte di Anna e' stata per
noi una grande perdita personale...
*
- Umberto De Giovannangeli: Perdite che continuano...
- Tanya Lokshina: Purtroppo e' cosi'. Tre anni dopo l'uccisione di Anna, ci
sono stati altri due assassinii: e' stata assassinata, nel centro di Mosca,
Anastasia Barburova. Aveva 25 anni ed era considerata l'erede di Anna.
L'altro assassinato era un avvocato impegnato, come Anastasia, nella
denuncia delle violazioni dei diritti umani in Cecenia. Questo avveniva a
gennaio. Sei mesi dopo, a luglio, ad essere assassinata, dopo essere stata
rapita a Grozny, e' un'altra giornalista, amica di Anna: Natalia
Estemirova.
Natalia era anche una delle mie migliori amiche. Il clima di impunita'
continua e temiamo che gli investigatori - che pure stanno lavorando molto
bene al caso Estemirova - presto o tardi vengano fermati come e' accaduto
nei casi di Anna e di Anastasia. In tanti ora si chiedono chi sara' il
prossimo. Il fatto di perdere tanti colleghi e amici, uno dopo l'altro, e'
una cosa devastante, e bisogna assolutamente fermare questo processo.
Occorre fare qualcosa, subito, perche' altrimenti alla fine non rimarra'
piu' nessuno di noi.
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NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 977 del 18 ottobre 2009

Tutti i fascicoli de "La nonviolenza e' in cammino" dal dicembre 2004
possono essere consultati nella rete telematica alla pagina web:
http://lists.peacelink.it/nonviolenza/

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24 ottobre 2009

Lettera da Kandahar

Lettera da Kandahar, 2003
http://lafabbricadelleidee.splinder.com/post/2513407/Lettera+da+Kandahar%2C+2003


Io sono nata a Kandahar 22 anni fa, sono stata in Italia per quasi tutta
l'infanzia e di questo non smetterò mai di ringraziare mio padre che ha
voluto che io vedessi un mondo diverso di pace, poi sono tornata in
Afghanistan, dove c'era tutta la mia gente. Ho conosciuto gli italiani,
sono come noi. Ho amato la capacità degli italiani di capire, di non
giudicare, di commuoversi. Così a questo popolo che ho amato invio la mia
preghiera.
In Italia c'è la mafia che si è diffusa come un cancro in tutto il mondo,
facendo male e tanto. Sono felice che nessuno per questo abbia mai pensato
di bombardare l'Italia, di darla da governare a stranieri, di riempirla di
bombe, mine e pianto. Sono felice perché la mafia non avrebbe perso mentre
gli italiani avrebbero visto i loro sogni trasformarsi in orrore e incubi.
Ero a Kandahar quando sono cominciati i bombardamenti occidentali. Ero là
con il mio bimbo e il mio giovane uomo. E così il mio giovane uomo è
andato a combattere. Non volontario, non terrorista. E' partito perché i
giovani ragazzi vengono arruolati dagli eserciti in tutto il mondo quando
c'è guerra. Aveva 20 anni e se n'è andato senza guardare il suo bimbo che
piangeva. Forse immaginava che non l'avrebbe visto più, non voleva
ricordarlo in lacrime. Cadevano le bombe l'ultima volta che l'ho visto
vivo, il rumore era assordante e la gente gridava e correva in cerca di
rifugi che non ci sono. Così non so se ha sentito il mio saluto. L'ho
accompagnato per alcuni metri lungo la strada e per una volta ho gioito di
indossare il burqa. Non ha visto lacrime ed erano tante, ha portato il mio
ricordo mentre gli dicevo che nessuna bomba e nessun nemico può uccidere
chi è protetto da un amore grande, come il mio per lui. Ma l'amore in
Afghanistan ha perso
da tempo. E il mondo è piccolo e se l'amore perde, perde per tutti. La
notte ho stretto forte il mio bimbo che non dormiva più. Chiedeva perché
ma io non so che rispondergli. Non si può dire a un bimbo che il mondo
odia il terrorismo che significa uccidere gli innocenti e così, per
risposta, bombarda noi. Tutto quello che quella notte, quella dopo e
quelle prima gli dicevo era "mamma è qui con te, non piangere, mamma è qui
con te". E ora vorrei morire perché in una di quelle notti da incubo la
casa è esplosa su noi abbracciati. E che ha potuto fare mamma per il suo
bimbo? Gli avevo promesso protezione, la bomba è caduta e lui nel terrore
mi ha guardata come a ricordarmi la promessa. Non ha urlato, questo lo
ricordo. Io l'ho fatto ed era un grido animale che mi risuona nelle
orecchie in ogni istante, sono saltata sul corpo del mio piccolo come
un'aquila sulla preda. Sentivo del sangue scivolarmi lungo le gambe e tra
il dolore e l'angoscia non
capivo di chi fosse, continuavo a pregare Dio che fosse il mio, a
implorarlo che fosse il mio. Non lo era. Come vorrei spiegare a tutte le
mamme... ma le mamme, lo so, non hanno bisogno di altre spiegazioni. Alzi
gli occhi al cielo e vorresti solo morire, perché tutto il resto non
importa, perché non c'è niente che può consolarti, perché la morte è nulla
per una madre quando ha suo figlio che grida tra le braccia.
Ho chiesto a Dio di mandare un'altra bomba a uccidermi, sentivo di non
farcela. Invece stavo già correndo, cercando aiuto, tra le bombe e le
fiamme e altre mamme con fagottini sanguinanti tra le braccia. Il mio
bimbo vivrà senza le gambe, urla tutto il giorno, si lamenta tutta notte.
Ho affidato la mia lettera a un'amica che è corsa via per salvare i suoi,
io da qui non posso scappare, il mio bambino è steso in un letto.
Aspettiamo la fine, le bombe continuano a cadere e io spesso chiedo ad una
di colpirci per non vedere il resto, per non dover dire a lui che gli ho
dato una vita senza futuro, per non dovergli dire che lo aspetta solo il
dolore. Spero che ci colpisca e ci porti via insieme, in un posto nel
quale io possa proteggerlo, solo questo sarebbe il mio Paradiso. Ho
affidato così la lettera ad un'amica che è scappata in Europa. E' per gli
italiani, popolo che ho amato e nel quale credo ancora.
Non credo che nessuna delle belle persone, che ho incontrato lì da voi
avrebbe voluto pagare con le sue tasse la bomba che ha tolto le gambe e la
speranza a mio figlio. Eppure quella bomba l'avete pagata voi, tutti voi,
togliendo i soldi alle pensioni dei vostri vecchi o i soldi per i vostri
malati e dandoli invece per colpire i nostri bimbi. Se favorire
involontariamente chi uccide innocenti è terrorismo allora gli italiani
sono terroristi? Non lo sono, come non lo sono io. Siamo le vittime di
questa guerra.
Non cestinate la mia preghiera, voglio immaginare che esiste una speranza,
che chi non ha soldi o interessi possa dire non uccideteci più. Non
cestinate la mia speranza. Penso che magari se ci stringiamo tutti
potrebbe non succedere più e altri bimbi come il mio correranno ancora,
con le loro gambe, davanti ai loro genitori orgogliosi. Vi prego mandate a
tutti questa mia. Spedite a tutti la mia storia, che almeno a qualcun
altro possa servire, ho in mente questa lettera mentre sto vicino a mio
figlio aspettando.
Quando cadrà Kandahar pensate anche a noi.
Anna


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Tendopoli di Piazza d'Armi.

Date: 13 settembre 2009 16.32

Cari amici,
ho deciso di scrivere qualche riga a proposito degli ultimi giorni
della Tendopoli di Piazza d'Armi.
Ho vissuto lì cinque mesi e l'ho fatto per una ragione ben precisa...
Non sono mai stata particolarmente attaccata alla mia città, anzi, il
mio futuro l'ho sempre immaginato da qualche altra parte perché qui
non c'è mai stato "quello che cercavo"; L'Aquila è una città fredda e
non parlo del clima, pervasa da un certo razzismo galoppante, ostile a
"chi viene da fuori", culturalmente poco viva, la maggior parte dei
suoi abitanti sembrava interessata solo a ciò che precludesse
l'attività di pensiero e impegno politico-sociale....stando qui mi è
sempre mancato qualcosa. Ma dopo il terremoto ho deciso di rimanere,
ho pensato che forse, dopo questa scossa le persone avrebbero
cominciato a cambiare, a volersi interessare del perchè, del come e
del quando, pensavo che tutti si sarebbero scossi da quella specie di
torpore che invadeva le strade ed i quartieri, insomma: valeva la pena
tentare di far qualcosa! Piano piano, col tempo, assieme ad un esiguo
gruppo di persone, Davide ed io abbiamo cominciato a partecipare alle
riunioni "di condominio" della protezione civile. Volevamo essere
consapevoli di quello che ci accadeva attorno, di quello che accadeva
nel campo e nella città e volevamo che i "capoccia" non fossero liberi
di prendere decisioni sulle nostre sorti senza che noi potessimo
intervenire... in poche parole li marcavamo stretti!Speravamo che, col
"buon esempio" tutti gli "ospiti" del campo potessero pian piano
interessarsi della cosa, ma alle riunioni eravamo sempre in 5: Davide,
Giancarlo, Marius, Marco quando è tornato a L'Aquila ed io (escludendo
la mitica Tatiana che era lì in veste di psichiatra infantile e quindi
la terrò fuori dal discorso volontari e dal discorso residenti, anche
perchè sa che la stimo, quindi non c'è bisogno di parlarne). E la
popolazione sempre a dirci <<ma che ci andate a fa'?>> oppure <<ma
c'avete tempo da perde!>> tutto questo quando era intenta in attività
di cazzeggio varie mentre si decidevano le sorti del suo futuro.
Ricordo solo un giorno di pienone ad una riunione ed il motivo era che
secondo alcuni c'era poca varietà nel menù che ci proponevano a mensa:
mangiare primo, secondo, contorno, frutta e a volte dolce era poco!
Ecco i problemi più importanti che si dovevano discutere! Questo
gruppo di persone aveva addirittura avanzato una proposta: FACCIAMO
VENIRE L'ESERCITO A GESTIRE IL CAMPO PERCHE' HANNO DEI BRAVI CUOCHI!
L'esercito..................................................................................................................................................................................
Davide ed io (Giancarlo aveva mantenuto il proprio lavoro e Marius ne
aveva trovato un altro nei giorni da terremotato) abbiamo iniziato a
renderci utili perché ci interessava arrivare alla progressiva
autogestione del campo ed anche lì, stolti e ciechi, speravamo che
dando l'esempio in molti si sarebbero accodati. Abbiamo pulito i
bagni, siamo stati in mensa, ma la protezione civile era sempre lì,
erano pochissimi gli ospiti del campo che "lavoravano" (molto più di
noi e con più costanza....e quasi nessuno di loro era aquilano, pochi
anche gli italiani) ed è cominciato a sorgere un altro problema:
perché dobbiamo lavorare gratis?
Abbiamo portato il problema ad una riunione e ne è uscita una
proposta: lo stato spende 50€ al giorno per ogni persona che
"soggiorna" in tenda, quindi anche per i volontari; se noi cittadini
ci occupiamo della gestione del campo facendo delle turnazioni, perché
i soldi che lo stato risparmia non pagando per i volontari non vengono
dati a noi? Anche una cosa simbolica, tipo 10 € a servizio...la
risposta, ce lo aspettavamo già, è stato un bel no accompagnato da
zero spiegazioni. Allora io mi sono chiesta "perché devo lavorare se i
volontari sono tutti qui e non schiodano? Per farli bivaccare, per
farli ubriacare tutte le sere e farli finire a menar le mani (questo
non è stato riportato sui giornali, lì si parla solo delle risse tra
rumeni)? Devo pulire i LORO bagni? Ma siamo matti??? Davide ha
continuato ad andare a mensa, spinto dallo spirito di Mata Hari,
perché voleva tenerli d'occhio e ha fatto bene! Vi cito un episodio
che mi ha raccontato lui: una sera, per noi cittadini, hanno cucinato
una specie di minestra di riso che, obbiettivamente, non era riuscita
molto bene ma si poteva mangiare ugualmente...che hanno fatto alcuni
volontari quando il turno era finito e toccava a loro mangiare? Hanno
gettato via tutto ed hanno cucinato per loro una bella pasta ai
porcini freschi! Indignati abbiamo smesso di prestare qualunque
servizio, anche perchè il nostro intento non era aiutare la protezione
civile ma sensibilizzare i cittadini perchè prendessero in mano le
loro vite. Abbiamo quindi iniziato ad occuparci dell'asilo nido, ma
non mi dilungo su questo perchè l'esperienza meriterebbe un resoconto
tutto suo tanto è stata bella, difficile, sofferta ma appagante per
tanti versi.
Le giornate sono andate avanti così, abbiamo continuato ad andare alle
riunioni, all'asilo ma abbiamo anche cominciato a guardarci attorno
per cercare lavoro, magari in un'altra città, perchè a qual punto era
chiaro: IMMOTA MANET, nonostante tutto L' Aquila era rimasta identica
a se stessa. Ci siamo occupati anche del cineforum, ma i film erano
troppo impegnati secondo i più (vi cito i titoli: Jesus Christ Super
Star, Freaks, Risate di gioia, Signori si nasce, Train de vie, Il
Vizietto e alcuni cartoni). L'ultimo film? Sangue e Cemento, il
documentario-verità sul terremoto; nonostante durasse meno di un'ora
la gente è andata via sbadigliando dopo 20
minuti......................................................................
Ma quando c'era il karaoke o per giocare a bocce erano tutti svegli e
pronti a far l'alba, anzi, hanno lottato per allungare l'orario di
chiusura della attività ricreative.
È andato tutto avanti così per mesi, nel frattempo io ho trovato
lavoro a Pisa ed abbiamo deciso di trasferirci, almeno per quest'anno.
Dovevamo andar via il 7, ma abbiamo avuto dei ritardi perchè nella
casa, fino al 21, non avremo né acqua, né gas. Abbiamo deciso di
rimanere a P.zza d'Armi fino al trasferimento ma...SORPRESA!E' stato
deciso di smantellare il campo in quattro e quattr'otto, l'esercito ha
preso il comando assieme a quelli del DICOMAC (gli scagnozzi di
Bertolaso) e si è instaurata la dittatura. Molte famiglie sono state
destinate alla Guardia di Finanza, altre negli alberghi aquilani e
purtroppo le coppie senza figli, gli anziani ed i "soggetti difficili"
sono stati destinati a paesi tipo Ovindoli, Assergi, Cagnano, ecc.
Edmira ed il marito,una giovane coppia di ragazzi albanesi,sono stati
mandati ad Ovindoli; sono senza macchina e lui ha appena trovato
lavoro a L'Aquila. Bruno, una delle "istituzioni" aquilane, anche lui
ad Ovindoli. Sergio, il pittore, ad Avezzano. Fabrizio a Sulmona. Il
Grande e coraggioso Fadi, studente palestinese scampato al crollo
della casa dello studente è stato mandato a Teramo. La piccola Mihaela
e famiglia a Sant'Elia, poi dopo molta insistenza/resistenza nel
cercare una soluzione migliore, all'hotel Amiternum. Davide ed io,
mentre aspettavamo di trasferirci potevamo stare dalle rispettive
famiglie, ma abbiamo deciso di stare vicino a queste persone. Ci hanno
detto però che il campo doveva essere assolutamente smantellato e, chi
proprio voleva rimanere, doveva essere trasferito in altre tende,
senza bagno, acqua, corrente elettrica e cibo. Quando io ho fatto
presente a quei dittatori fascisti che era inumano tenere delle
persone al freddo, senza la possibilità di lavarsi, a dover fare i
propri bisogni all'aperto, senza cibo e senza preoccuparsi del fatto
che non tutti possono permettersi di andare ogni giorno al ristorante
mi è stato risposto che l'alternativa era andare nelle destinazioni
assegnate. Quindi o vai a 45 Km da L'Aquila, in montagna dove nevica
da ottobre a maggio, o rimani in tenda a morire di stenti. Il campo
ora è un immondezzaio, freddo, sudicio, puzza di letame...ma entro il
15, se davvero verrà Re Silvio, sarà tutto lindo e pinto, solo per far
vedere...o magari metteranno a posto solo un piccolo spazio dove
verranno fatte le foto al Supremo,come quando ho visto il fotografo
ufficiale della protezione civile far le foto ai militari che
smantellavano, nei pochi spazi puliti per celare la verità. Io ora
sono a Rocca di Mezzo, da zio Giorgio e lunedì ho un colloquio di
lavoro in un asilo nido in Toscana. Ma queste cose vanno dette, perché
si sappia che gli Italiani non hanno "un gran cuore", perché chi
comanda, ma anche chi esegue gli ordini non si fa scrupoli a trattare
le persone come bestie. Non è vero che a L'Aquila le cose vanno bene,
ci prendono in giro e prendono in giro tutti gli Italiani che si
interessano alla cosa dando false speranze, facendo false
promesse...la verità è che siamo in piena dittatura, non siamo liberi
di fare niente ma la cosa peggiore è che la maggior parte di noi ha
perso la voglia di interessarsi a ciò che lo circonda, anche quando lo
riguarda direttamente. Ironia della sorte: uno degli individui che
decantava le lodi dell'esercito e che voleva che fossero loro a
gestire il campo ora è uno di quelli che subisce angherie dai
militari, ora si lamenta, ma a voce sempre troppo bassa. Io ho urlato
loro in faccia tutto quello che penso del loro mestiere, del Governo,
dello Stato e della loro democratica dittatura, ma non ho risolto
granché. Però ricordate tutti sempre: UNA PULCE NON PUÒ FERMARE UN
TRENO, MA PUÒ RIEMPIRE DI MORSI IL MACCHINISTA.
Ora se davvero volete contribuire a diffondere la verità, raccontate
cos'è successo durante lo smantellamento, raccontate delle bugie del
Grande Barzellettiere e del silenzio della Sinistra, raccontate del
popolo Bue e raccontate di Bruno, Sergio, Edmira, Fabrizio, Fadi e di
tutti coloro che hanno sofferto perché sono stati allontanati a forza
dalla città che amavano. Vi prego, contribuite a far conoscere la
verità, soprattutto ai non aquilani che sono costretti a sentire le
menzogne della stampa. Noi qualcosa continueremo a fare, anche se da
un'altra città, magari torneremo quando ci saremo ricaricati perché
questi 5 mesi di battaglie contro i mulini a vento ci sono sembrati 5
anni. Voi raccontate e parlatene sempre. Grazie di cuore. E che
l'allegra ribellione invada tutti i continenti.
Elena


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CRIMINI FONDATI SU DISCRIMINAZIONE

CRIMINI FONDATI SU DISCRIMINAZIONE: RICONOSCERNE LA GRAVITA' E PERSEGUIRLI
ADEGUATAMENTE, CHIEDE LA SEZIONE ITALIANA DI AMNESTY INTERNATIONAL

Di fronte al crescente clima di ostilita' verso le minoranze, che colpisce
in Italia gruppi sempre piu' ampi di persone (rom, migranti e richiedenti
asilo, lesbiche, gay, bisessuali e transgender - Lgbt), la Sezione
Italiana di Amnesty International torna a chiedere che tutti i crimini
determinati da motivi etnici, razziali, religiosi, di identita' di genere
o di orientamento sessuale o da ragioni analoghe siano efficacemente
investigati e perseguiti secondo leggi che prevedano sanzioni tali da
riflettere la gravita' della violazione dei diritti umani commessa.

Amnesty International non entra nel merito delle specifiche misure che il
parlamento o il governo intendono adottare per perseguire adeguatamente
questo tipo di crimini.

Tuttavia, l'organizzazione per i diritti umani ritiene necessario
ricordare che tutti gli atti che hanno come fondamento una discriminazione
dovrebbero essere trattati in modo simile, a prescindere dal connotato
specifico della discriminazione stessa.

Per quanto riguarda la crescente intolleranza nei confronti di persone
Lgbt, anche alla luce della lunga serie di episodi di aggressione
riportati dai mezzi d'informazione nel 2009, la Sezione Italiana di
Amnesty International sollecita le autorita' italiane ad assicurare che i
crimini commessi a causa dell'identita' di genere o dell'orientamento
sessuale delle vittime siano efficacemente indagati e che chiunque sia
ritenuto responsabile sia portato di fronte alla giustizia, nonche' a
contrastare con maggiore decisione gli atteggiamenti omofobici e a
garantire piu' sicurezza alle persone Lgbt.

FINE DEL COMUNICATO
Roma, 14 ottobre 2009

Per ulteriori informazioni, approfondimenti e interviste:
Amnesty International Italia - Ufficio stampa
Tel. 06 4490224 - cell.348-6974361, e-mail press@amnesty.it


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Afghanistan:Strada, da Italia 8 mld

Afghanistan:Strada, da Italia 8 mld
Ci si costruivano 600 ospedali e 10mila scuole

http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/mondo/2009/10/11/visualizza_new.html_986782819.html

(ANSA) - ROMA, 11 OTT - L'Italia ha speso circa 3 milioni al giorno per la
guerra in Afghanistan, ovvero 8 miliardi di euro fino a oggi. Lo dice Gino
Strada.

Il leader di Emergency, ai microfoni di CNRmedi, ritiene che con questi
soldi il nostro paese avrebbe potuto costruire 600 ospedali e 10mila
scuole, facendo dell'Afghanistan uno dei paesi piu' moderni al mondo.Per
Strada 'non reggono piu' le balle della popolazione afghana che sventola
bandierine tricolori'.Noi di Emergency abbiamo fatto una scelta diversa.

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Abruzzo. Bertolaso: Io, aquilano per scelta

Abruzzo. Bertolaso: Io, aquilano per scelta

Una bellissima lettera a sei mesi dal sisma. Leggetela qui perché nessun
giornale l'ha ripresa.
http://beta.vita.it/news/view/96129/ 06 ottobre 2009

A sorpresa il capo della Protezione Civile, Guido Bertolaso, in occasione
dei sei mesi dal sisma, ha scritto una lettera aperta agli aquilani. Un
commento inaspettato e irrituale scritto da «aquilano terremotato» per
scelta. Vita ne propone il testo integrale. Nessun quotidiano nazionale
oggi vi ha dedicato neppure una riga. (Come ce la spiegano i paldini della
libertà di stampa?)

«Sono centinaia, dopo sei mesi, le famiglie che abitano case nuove e
confortevoli. Sono migliaia i ragazzi che hanno ripreso la scuola spesso
in strutture realizzate a tempo di record. Sono sempre meno coloro che
ancora non hanno trovato una sistemazione buona almeno per l'inverno. In
sei mesi l'Italia intera ha partecipato a realizzare, all'Aquila,
strutture che in occasione di altri terremoti non si sono mai viste o
hanno richiesto anni per essere completate. La Protezione Civile e tutte
le sue componenti e strutture operative, decine e decine di imprese al
lavoro, hanno trasformato L'Aquila e i Comuni del cratere in un cantiere
aperto giorno e notte per dare casa e servizi a un'intera città
disastrata. I primi risultati si vedono, sono concreti, sono reali, ma la
realtà, che pure registra record assoluti di tempestività ed efficienza,
sembra sempre in ritardo rispetto al tempo della nostra impazienza, della
stanchezza che arriva alle ossa perchè abbiamo bisogno di un'aria diversa
per respirare, senza misurarci ogni istante col tempo che, a seconda dei
casi e dei ruoli, si traveste da soffio o diventa eterno sulla nostra
pelle. Scrivo queste cose, a sei mesi dalla catastrofe, perchè non mi
sento ma sono aquilano, non mi sento ma sono terremotato, perchè vivo da
quel giorno gli stati d'animo, le ansie e anche le speranze di chi vive
qui, nelle condizioni che il sisma del 6 aprile ha disegnato.

Chi lavora con me da sei mesi, impegnato ogni giorno per rimediare ai
guasti del terremoto, vive questa contraddizione di sentire che il tempo,
i giorni, sono sempre troppo pochi e troppo lunghi, troppo pochi per
arrivare a tutto, troppo lunghi perchè non si vede bene la fine del tunnel
della precarietà nel quale nessuno, lo abbiamo giurato a noi stessi, deve
restare intrappolato. Non siamo terremotati perchè il sisma ci ha colpito
ma perchè abbiamo scelto di esserlo con gli aquilani, siamo venuti da
fuori e siamo rimasti, con l'idea forse banale e semplicistica che stava a
noi per primi non andarcene, restare e lavorare senza risparmio di energie
per dire coi fatti ai cittadini dell'Aquila che non erano soli, che lo
Stato c'era e c'è, che il terremoto non ha lasciato nessuno senza percorsi
possibili verso un futuro vivibile. Sono andato via dall'Aquila solo
quando la tragedia, il disastro, hanno colpito altre parti d'Italia, a
Viareggio, a Messina in queste ultime ore.

Viaggi da una catastrofe ad altre, da un dolore che conosco ad altre
sofferenze e altre amarezze. Per questo non ho bisogno di leggere i
giornali, di ascoltare dichiarazioni, di scorrere reportage, di prender
parte al gioco inutile delle polemiche per sapere che il nostro compito in
Abruzzo non è ancora finito, che dobbiamo mettere in conto ancora giorni e
giorni passati lavorando senza badare alla fatica, spendendoci per limare
un pò di tempo all'eternità di chi aspetta e far stare più cose nel soffio
di ogni giorno a nostra disposizione. Chiedo al tempo, in questo giorno,
di non impedirci di vedere ciò che abbiamo fatto e di gioirne, insieme a
quanti per primi sono arrivati a godere dei risultati dell'enorme sforzo
che ogni giorno si compie in queste terre. Chiedo al tempo che ci conceda
una sua piega, per ricordare quanta strada abbiamo fatto in sei mesi, dai
primi soccorsi alle esequie delle vittime, dalla visita del Papa alle
decisioni del Governo per far fronte all'emergenza, dal G8 ai piani per le
nuove costruzioni, dalle prime case finite a quelle che stanno sorgendo,
dai giorni della mobilitazione solidale degli italiani fino all'oggi, che
vede ancora migliaia di persone al lavoro, che hanno stabilito con
l'Abruzzo e la sua gente un rapporto destinato a durare. Chiedo al tempo,
infine, di lasciarci vedere il termine dell'attesa.

Oggi è il sei ottobre 2009. Sei mesi dal sei aprile. Sei mesi, che sono un
soffio e un'eternità insieme. Un soffio, per chi prepara progetti e li
mette in atto, scontrandosi con la realtà dei "tempi tecnici" necessari
per fare qualsiasi cosa. Un'eternità, per chi aspetta una normalità che
sembra non arrivare mai, costretto a una vita da rifugiato anche se ha
scelto di vivere a pochi metri da casa, obbligato a far passare il tempo
senza avere il comando dei propri giorni per decidere come viverli. Come
capita sempre nella vita, a distruggere basta un attimo, per costruire
serve tempo. Una città, un territorio sono come una famiglia, un'impresa,
una qualsiasi altra realizzazione sociale dell'uomo. Quando l'amore non è
coltivato ogni giorno, quando si lavora oggi senza pensare a domani,
quando si sta insieme per motivazioni che un giorno erano chiare, ma sulle
quali non si è avuto la prudenza di lavorare, qualsiasi crisi può
sfasciare tutto quello che abbiamo costruito, su cui abbiamo scommesso,
che abbiamo considerato un bene acquisito una volta per sempre. Le
famiglie si dividono, le imprese falliscono. Comincia, inevitabile, una
stagione di ripensamenti, spesso di accuse agli altri perchè non ci hanno
capito, non hanno riconosciuto le nostre ragioni, hanno mandato a rotoli i
nostri progetti. Chi resta da solo e senza risorse, chi si ritrova
dall'oggi al domani senza lavoro, chi si accorge che il racconto delle
proprie esperienze di dramma, col loro strascico di paure e incubi
notturni, ottiene un'attenzione sempre minore, distratta, svogliata: sono
queste le sole persone che possono capire cosa sono sei mesi nella vita di
chi se l'è vista distrutta.
Il terremoto, la distruzione: nulla è più come prima, niente lo sarà mai
più. Il terremoto parte dalla terra e arriva dentro ciascuno, dentro le
famiglie, le comunità, le città, si installa come un ospite non voluto che
è impossibile allontanare. Una presenza che cambia peso e intensità col
passare dei giorni.

I primi sono quelli del lutto, dei soccorsi, dei senzatetto da mettere al
riparo. Poi ci sono quelli della solidarietà, tra chi è venuto ad aiutare
e chi ha trovato rifugio, dell'accoglienza, della voglia di far festa per
ogni piccolo segno di vita buona, come una scuola che riapre o la nascita
di un bimbo che diventa simbolo di speranza per tutti. Poi ci sono i
giorni duri del tempo che rallenta, delle televisioni che non hanno più
inviati, della routine dei campi che si vive con il fastidio crescente di
essere come separati, da quei teli blu, dal resto del mondo e dal proprio
futuro. Adesso è il periodo del tempo che non passa, perchè ogni
entusiasmo si è raffreddato, e ogni attesa provoca dolore, perchè,
costretti dalle cose ad essere realisti, a guardare in faccia la realtà
per com'è, arriviamo a non sopportarla più. Anche i fatti positivi che
pure accadono intorno a noi sono condivisi con riserva, se riguardano
altri e non il proprio futuro».

Guido Bertolaso

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18 ottobre 2009

Ambrosoli la scia del lutto

Ambrosoli la scia del lutto

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=6437&ID_sezione=&sezione=

MARIO CALABRESI 29/9/2009

Avevano appena finito di fare i conti con il dolore e con gli anniversari.
Avevano ricostruito la memoria della vita e dell'omicidio di Giorgio
Ambrosoli tutti insieme, una vedova con i suoi tre figli, con lo stesso
pudore e contegno con cui erano tornati a Milano all'alba della mattina
del 12 luglio 1979, quando la mamma aveva chiesto ai bambini di salire in
macchina senza fare colazione e senza spiegare perché. La forma alla
memoria l'ha data Umberto - il figlio più piccolo dell'«eroe borghese» -
ma Francesca e Filippo, ha spiegato, l'hanno «tenuto per mano nel fare i
conti con questa storia». Una famiglia che non ha mai smesso di tenersi
per mano, da quella mattina in cui uno accanto all'altro erano entrati
nella chiesa di San Vittore per i funerali.

Ieri mattina Anna Lori Ambrosoli era seduta nella vecchia Aula magna della
Bocconi, dove era in corso un convegno dedicato a suo marito e all'ex
governatore della Banca d'Italia Paolo Baffi, due uomini che avevano
camminato nella solitudine di un'Italia feroce e corrotta e avevano pagato
il rispetto delle regole e l'amore per il bene comune. Con la vita il
primo, con la fine di una carriera il secondo. Anna Lori stava ascoltando
il presidente della Rcs Piergaetano Marchetti citare brani tratti dal
libro di suo figlio, intitolato «Qualunque cosa succeda». Una madre fiera
di aver tramandato, senza rancori, «l'enorme valore positivo» delle
scelte, della tenacia e del coraggio di suo marito.

Un uomo che scelse fino in fondo di fare il suo dovere come commissario
liquidatore della Banca Privata Italiana di Sindona. A trent'anni
dall'omicidio era finalmente venuto il tempo di una memoria serena, delle
parole che pochi minuti prima aveva mandato il governatore Draghi
ricordando Ambrosoli e Baffi come «due servitori dello Stato entrati nella
storia del nostro Paese per il prezzo da loro pagato per la fedeltà ai
principi, alle regole, al dovere». Poco più in là era seduta anche la
figlia di Baffi, avevano ascoltato Mario Monti, Giovanni Bazoli e
Ferruccio de Bortoli. Poi, mentre le parole scritte da Umberto riempivano
l'Aula, proprio quel figlio più piccolo - che il giorno dell'omicidio del
padre aveva solo 7 anni - ha chiesto alla madre di uscire in corridoio e
le ha dato la notizia più terribile della sua vita: il fratello Filippo,
di tre anni più grande, era stato trovato morto in casa. Un malore ha
portato via questo figlio che aveva recuperato la sua serenità come
disegnatore e incisore. Questa volta Anna Lori non ce l'ha fatta a reggere
il dolore, come aveva fatto per anni per amore dei suoi ragazzi, ed è
svenuta.

Difficile non pensare che trent'anni dopo Filippo abbia pagato ancora per
quel gesto di tremenda violenza che gli aveva portato via il padre e
segnato per sempre la vita. L'eco di quei quattro colpi di pistola,
sparati nella notte tra l'11 e il 12 luglio 1979 da un killer ingaggiato
negli Stati Uniti da Michele Sindona, ha raggiunto e colpito ancora una
delle famiglie più composte, rette e ammirabili di questa Italia.

Non riesco a non pensare che c'è una profonda ingiustizia in tutto questo,
non riesco a non rileggere una delle ultime pagine del libro di Umberto,
in cui racconta quella mattina in cui ricevettero la notizia: «E'
veramente presto, c'è poca luce e poca gente in giro, anche in autostrada.
Dopo circa un'ora ci fermiamo in una stazione di servizio: siamo usciti
precipitosamente e bisogna che mangiamo qualcosa, beviamo del latte. In
autogrill, la radio diffusa in sottofondo annuncia: "Assassinio nella
notte, a Milano, del commissario liquidatore della Banca Privata Italiana,
Giorgio Ambrosoli". La mamma inizia a parlare più in fretta e a voce alta
per coprire la filodiffusione. Nella speranza che non abbiamo sentito ci
porta fuori per risalire in macchina. Francesca, che pure si è fatta ogni
possibile forza, piange la restante parte del viaggio, ma piano, cercando
di non farsi vedere da me e Filippo: è la più grande di noi tre e anche se
ha solo undici anni si sente di doverci proteggere». Mario Monti ha
aspettato la fine del convegno per dare la notizia dal palco, voleva che
l'omaggio ad Ambrosoli non si interrompesse, che gli studenti della
Bocconi ascoltassero un esempio capace di illuminare una vita. Con quel
garbo che è stato la cifra di una famiglia oggi spezzata.
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PANDEMIA DI LUCRO

PANDEMIA DI LUCRO

http://www.promiseland.it/view.php?id=3184

2000 persone contraggono l'influenza suina e ci si mette la mascherina… 25
milioni di persone con AIDS e non ci si mette il preservativo…Che
interessi economici si muovono dietro l'influenza suina?

Nel mondo, ogni anno, muoiono milioni di persone, vittime della malaria..
I notiziari di questo non parlano…

Nel mondo, ogni anno muoiono due milioni di bambini per diarrea che si
potrebbe evitare con un semplice rimedio che costa 25 centesimi.. I
notiziari di questo non parlano…

Polmonite e molte altre malattie curabili con vaccini economici, provocano
la morte di 10 milioni di persone ogni anno. I notiziari di questo non
parlano…

Ma quando comparve la famosa influenza dei polli… i notiziari mondiali si
inondarono di notizie… un'epidemia e più pericolosa di tutte, una
pandemia! Non si parlava d'altro, nonostante questa influenza causò la
morte di 250 persone in 10 anni… 25 morti l'anno!!

L'influenza comune, uccide ogni anno mezzo milione di persone nel mondo. …
Mezzo milione contro 25. E quindi perché un così grande scandalo con
l'influenza dei polli? Perché dietro questi polli c'era un "grande gallo".

La casa farmaceutica internazionale Roche con il suo famoso Tamiflu,
vendette milioni di dosi ai paesi asiatici. Nonostante il vaccino fosse di
dubbia efficacia, il governo britannico comprò 14 milioni di dosi a scopo
preventivo per la sua popolazione. Con questa influenza, Roche e Relenza,
ottennero milioni di dollari di lucro.

Prima con i polli, adesso con i suini: e così adesso è iniziata la psicosi
dell'inflluenza suina. E tutti i notiziari del mondo parlano di questo. E
allora viene da chiedersi: se dietro l'influenza dei polli c'era un grande
gallo, non sarà che dietro l'influenza suina ci sia un "grande porco?".

L'impresa nord americana Gilead Sciences ha il brevetto del Tamiflu. Il
principale azionista di questa impresa è niente meno che un personaggio
sinistro, Donald Rumsfeld, segretario della difesa di Gorge Bush, artefice
della guerra contro l'Iraq… Gli azionisti di Roche e Relenza si stanno
fregando le mani… felici per la nuova vendita milionaria.

La vera pandemia è il guadagno, gli enormi guadagni di questi mercenari
della salute… Se l'influenza suina è così terribile come dicono i mezzi di
informazione, se l'Organizzazione Mondiale della Salute (diretta dalla
cinese Margaret Chan) è tanto preoccupata, perché non dichiara un problema
di salute pubblica mondiale e autorizza la produzione farmaci generici per
combatterla?

Dr. Carlos Alberto Morales Paita Children's Hospital pediatra – Lima, Peru

http://karlmoralesp2010.blogspot.com


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Progetto: Ricostruiamo Pescomaggiore

Progetto: Ricostruiamo Pescomaggiore

Sabato 15 Agosto 2009 08:47 A Sud
http://www.asud.net/index.php?option=com_content&view=article&id=773%3Aprogetto-ricostruiamo-pescomaggiore&catid=8%3Aitalia&Itemid=39&lang=it

A Sud appoggia il progetto di autocostruzione di un ecovillaggio a
Pescomaggiore, promosso dal Comitato per la Rinascita di Pescomaggiore
insieme a numerosi altri soggetti, reti e cittadini.

Come progetto concreto alternativo al Piano C.A.S.E., operazione
speculativa, di facciata e devastante per il territorio aquilano che
dimostra come sia possibile ricostruire in maniera partecipata e
ambientalmente sostenibile, senza impatto sull'ambiente, valorizzando i
territori, mantenendo viva la memoria dei luoghi ed in prospettiva creando
lavoro in un contesto altrimenti in totale abbandono.


Contesto normativo:

Il Decreto del Commissario Delegato n 3 del 16/04/2009 individua la lista
dei comuni danneggiati dagli eventi sismici che hanno colpito la provincia
dell'Aquila ed altri comuni della regione Abruzzo il giorno 6 aprile 2009.

Il Decreto legge n.39 del 28 aprile 2009 riguarda gli "Interventi urgenti
in favore delle popolazioni colpite dagli eventi sismici nella regione
Abruzzo nel mese di aprile 2009 e ulteriori interventi urgenti di
protezione civile".

All'interno di questo quadro sono state lanciate due misure d'intervento e
due Bandi di Gara:
- Bando C.A.S.E sul territorio comunale di L'Aquila
- Bando Moduli Abitativi Provvisori nei rimanenti comuni del cratere

Le due misure varate dal governo provvederebbero alle esigenze abitative
di parte degli abitanti degli stabili danneggiati (esiti "E"). Il bando
C.A.S.E. prevede il trasferimento di tutti gli abitanti del comune
dell'Aquila in quartieri di nuova costruzione localizzati in 20 aree
individuate idonee dalla Protezione Civile. Data la numerosa presenza di
frazioni all'interno del territorio del comune, spesso si verifica una
notevole distanza tra questi piccoli centri storici e i nuovi quartieri.
Alcuni paesi quindi resteranno abbandonati per lunghi anni e preda di
operazioni speculative.


Pescomaggiore:

Pescomaggiore è un piccolo centro situato a ridosso del Monte Croce, a 15
Km dal centro dell'Aquila e a circa 10 Km dal più vicino quartiere del
progetto C.A.S.E.. Il trasferimento dei suoi abitanti in alloggi del
progetto del Governo significherebbe l'abbandono del paese. Il paese già
soffriva per la presenza di attività estrattive adiacenti all'abitato e al
Parco. Dal 2007 il Comitato per la Rinascita di Pescomaggiore è attivo per
ridare linfa al paese, conservare e diffondere la memoria collettiva e far
conoscere, attraverso iniziative artistiche e culturali questo borgo.


Il progetto:

? che cosa:
Si tratta di costruire un eco-villaggio con moduli abitativi minimi di
circa 45 mq che risponderanno ad esigenze di piccoli nuclei famigliari
(giovani coppie e anziani).
Il progetto architettonico prevede un minimo impatto ambientale. Si basa
sui principi della bioedilizia e del risparmio energetico con sistemi sia
attivi che passivi. La tecnologia costruttiva prevede l'utilizzo di una
struttura in legno portante e tamponatura in balle di paglia. L'energia
elettrica verrà fornita da impianti fotovoltaici e il riscaldamento da
stufa a pellet.

? per chi:
Le famiglie di Pescomaggiore hanno deciso di dribblare la proposta del
Governo di ricevere alloggi nel nuovo mega-quartiere. Questo per non
abbandonare il paese in cui sono nati. Hanno messo a disposizione un
terreno adiacente al centro storico del paese per poter costruire le case.

? quando:
Subito, grazie alla disponibilità del terreno adatto alla costruzione
dell'eco-villaggio. Ad una attenta fase di progettazione, in
partecipazione con il gruppo di famiglie è seguita la fase di espletamento
delle pratiche edilizie necessarie. Nel frattempo la comunità ha già
provveduto ad una veloce pulizia dell'area. Il cantiere è pronto per
partire. Verranno organizzate squadre di lavoro che garantiranno la
realizzazione delle casette prima dell'arrivo della stagione invernale,
priorità assoluta vista la rigidezza del clima locale.

? come:
Coinvolgere i futuri abitanti di questi alloggi sia nella fase di
progettazione che di costruzione per assicurare alta qualità degli spazi,
risparmio economico e garantire un forte legame fra gli abitanti stessi e
la loro casa-villaggio.

Anche la costruzione di questi piccoli edifici avverrà quindi in un
processo di autocostruzione, consentita dalla semplice tecnologia
costruttiva.


SOSTEGNO LOGISTICO:

Partecipa attivamente alle squadre di lavoro per l'autocostruzione clicca
qui
Guarda la lista in continuo aggiornamento del materiale necessario clicca
qui

SOSTEGNO ECONOMICO:

IBAN: IT 87 S 057481 54041 00000008397
COMITATO PER LA RINASCITA DI PESCOMAGGIORE
CAUSALE: ECOVILLAGGIO

Contatti:
Antonio Cacio: 328 5428008 A Sud
stampa: Sara Vegni 3391932618 saravegni@asud.net


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Berlusconi, un delirio che parte da un complesso di inferiorita'

Berlusconi, un delirio che parte da un complesso di inferiorita'
http://www.criticamente.it/Article4472.html

"Sono il miglior presidente del Consiglio che l'Italia abbia avuto nei 150
anni della sua storia". Questo delirio di onnipotenza maschera in realta',
come sempre, un proporzionale e irrisolto "inferiority complex". Se uno e'
davvero convinto di essere il migliore, non ha bisogno di affermarlo, ci
sono i fatti a dimostrarlo. Da che cosa gli derivi questo complesso di
inferiorita' e' impossibile dire. Ci vorrebbe un analista. Un plotone di
analisti. (Articolo di Massimo Fini)

«Sono il miglior presidente del Consiglio che l'Italia abbia avuto nei 150
anni della sua storia». Per quanto scavi nel passato, recente e remoto,
non ricordo qualcuno che si sia espresso in questi termini su sè stesso.
Nessun regista, per quanto sommo, Ingmar Bergman o Federico Fellini o
Orson Welles, ha mai detto di sè: «Sono il migliore fra tutti quelli che
si sono cimentati con la macchina da presa». Nessun attore, sia pur
straordinario, un Lawrence Olivier, un Vittorio Gasmann, un Dirk Bogarde,
ha mai osato affermare: «Sono il meglio fico del bigoncio». Nessun atleta,
si chiamasse Fausto Coppi o Pelè, si è mai dichiarato il primo in
assoluto. Nemmeno Maradona, che pure era un po' "svitato". Neanche Rudy
Nureyev, che era un narciso per temperamento e professione, ha mai detto:
«Sono il più grande ballerino di tutti i tempi». E lo era. Forse solo
Carmelo Bene ha detto qualcosa del genere, ma in termini ironici e
autoironici («Sono apparso alla Madonna»). Invece nelle affermazioni di
Berlusconi e in tutto il suo atteggiamento non c'è mai un briciolo di
ironia e, tantomeno, di autoironia. Si prende sempre e tremendamente sul
serio. Come quelli che in manicomio credono di essere Gesù Cristo.

Questo delirio di onnipotenza maschera in realtà, come sempre, un
proporzionale e irrisolto "inferiority complex". Se uno è davvero convinto
di essere il migliore, non ha bisogno di affermarlo, ci sono i fatti a
dimostrarlo. Da che cosa gli derivi questo complesso di inferiorità è
impossibile dire. Ci vorrebbe un analista. Un plotone di analisti.

A me Berlusconi, come uomo, per certi versi fa anche tenerezza. Neanche
diventare padrone del mondo placherebbe questa sua ansia, questo bisogno
inesausto di conferme. Se non gliele danno gli altri, sente l'urgenza di
darsele da solo. Per dirla con le parole di una canzone di Sergio Endrigo,
gli "manca sempre una lira per fare un milione". E, per la verità, in
questa sua ossessione non gli si può dare tutti i torti.

Nonostante nella sua vita abbia fatto cose notevoli (e lasciamo perdere,
per una volta, i mezzi molto discutibili che ha usato per affermarsi,
anche perché migliaia di altri si sono serviti degli stessi mezzi ma non
hanno avuto la sua riuscita), non è stato mai preso veramente sul serio. È
stato un grande imprenditore, nel settore immobiliare e dei media, ma non
è mai entrato nel "salotto buono". Stefania Craxi mi ha raccontato che una
volta suo padre e Berlusconi andarono a trovare Gianni Agnelli nella sua
villa di Saint Moritz. Agnelli ricevette Bettino, ma fece attendere due
ore Berlusconi in anticamera. Come politico ha successo in Italia, ma il
resto del mondo, dall'Europa agli Stati Uniti al Giappone, ride di lui.
Per farsi notare nei meeting internazionali ha bisogno di ricorrere a
scherzi infantili, da "asilo Mariuccia". I suoi colleghi lo sopportano
perché non possono far altro, per "dovere istituzionale" per dirla con
Zapatero.

Io credo che Silvio Berlusconi abbia perso una formidabile occasione per
diventare un grande uomo di Stato. Aveva tutto: esperienza, ricchezza
personale, una batteria di media a disposizione, un consenso fortissimo e
un'opposizione ridicola. Era considerato, e con buone ragioni, "l'uomo
della Provvidenza". Solo Benito Mussolini si è trovato con un potere
altrettanto forte in mano. Ma mentre Mussolini aveva in testa un'idea di
Stato e di Nazione che realizzò con coerenza e ha fatto buone cose (l'Iri,
la creazione di una burocrazia efficiente, le bonifiche, per spulciarne
solo alcune) prima che la sconfitta bellica liquidasse il fascismo,
Berlusconi è su piazza da quindici anni, 2500 giorni li ha passati come
capo del governo gli altri come capo indiscusso dell'opposizione, ma sfido
chiunque a dire che in questo periodo l'Italia sia migliorata di un ette.
La sola cosa che è riuscito a fare è spaccare il Paese in due. E adesso
sta venendo in uggia anche ai suoi alleati e a parte dei suoi seguaci.

Penso che sia stato proprio il suo debordante narcisismo a perderlo. E di
lui, oggi, si potrebbe dire, malinconicamente, quello che Leone Trotzkij,
in un famoso discorso, disse dei menscevichi: "Avete sprecato la vostra
parte, ritornate nella spazzatura della Storia".
Uscito su "Il gazzettino" il 18/09/2009 Massimo Fini
Argomenti trattati: Politica Analisi e commenti
Articolo tratto dal sito www.massimofini.it
sezione "articoli"


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Nave dei veleni, il Governo con la testa sotto la sabbia

Nave dei veleni, il Governo con la testa sotto la sabbia

GROSSETO. Le dichiarazioni rilasciate dal pentito di 'ndrangheta Francesco
Fonti sono note agli inquirenti da ormai diversi anni e confermano quanto
già a conoscenza del primo governo Berlusconi, almeno secondo quanto
affermato dall'allora ministro Carlo Giovanardi, della presenza di un
disegno di smaltimento in mare, e non solo, dei rifiuti radioattivi. La
risposta, che per conto del governo fornì ad una interrogazione fatta dal
deputato Ermete Realacci - come si legge sul libro Terre blu di
Legambiente - non lascia dubbi: «da un'attenta analisi dei documenti è
emerso un imponente progetto per lo smaltimento in mare dei rifiuti
radioattivi con la scelta dei vari siti che , nel pianeta e anche nel mare
Mediterraneo, avrebbero raccolto i pericolosi rifiuti».

Adesso che il relitto di una nave affondata è stato trovato sul fondo al
largo di Cetraro sulla base delle coordinate fornite da Fonti, le sue
dichiarazioni trovano riscontro e sarebbe quindi almeno doveroso andare a
verificare anche tutte le altre, che fanno emergere un quadro criminoso
relativo allo smaltimento di rifiuti (tossici e radioattivi) in cui la
varie organizzazioni mafiose erano solo i meri esecutori, mentre altri
sarebbero i mandanti.

«A contattare me erano i servizi segreti italiani»-dice Fonti in una
intervista al Sole24Ore, dichiarandosi disponibile anche a riconoscerli
«se qualcuno (gli) mostrasse le foto» e a fare «nomi e cognomi dei
politici che avevano contatti con gli uomini dei servizi segreti che poi
si rivolgevano a me a alle altre cosche». E sempre secondo quanto sostiene
il pentito nell'intervista «la maggior parte di loro fa ancora politica».

Alla luce di queste dichiarazioni appare allora ancora più inconsistente
la risposta data dal ministro per i rapporti con il Parlamento Elio Vito
al deputato Realacci che lo interrogava nel corso del quetion time di ieri
su quali iniziative pensava di prendere il governo di fronte a questa
vicenda, che si perde - è il caso di dirlo - nel "porto delle nebbie".

A parte il lapsus di riferirsi alla Rigel anziché alla Cunsky parlando del
ritrovamento del relitto a largo delle coste calabresi, il ministro Vito
ha nei fatti argomentato quanto già era di pubblico dominio, ovvero che il
ministero dell'Ambiente ha messo in piedi una task force che - dotata dei
pochi mezzi a disposizione - andrà a verificare la natura del carico
trasportato dalla nave e che verranno fatti anche accertamenti sulla terra
ferma.

Premettendo, in maniera del tutto pleonastica il fatto che il governo e il
ministero dell'Ambiente sono a fianco della magistratura. Una risposta che
nella sua replica Realacci ha correttamente bollato come «non all'altezza
della gravità della situazione». Perché quello che ci si aspetterebbe da
un governo che dice di essere a fianco della magistratura è non solo il
doveroso e quantomeno automatico intervento del ministero ambiente in un
caso in cui si pone l'ipotesi (per non parlare ancora di evidenza, in
attesa del corpo del reato) di un grave rischio per l'ecosistema marino e
poi per la salute della popolazione, ma un immediato coordinamento di
tutti i settori dell'esecutivo per impostare un'azione generale di governo
a supporto delle magistrature che indagano sulla vicenda.

«Dobbiamo dimostrare che lo stato c'è.- ha replicato Realacci - Il tempo
di agire è ora. Omissioni, ritardi, affossamenti non possono più essere
tollerati».

Il fatto è che però come sottolinea Andrea Romano nell'editoriale scritto
oggi sul Sole24Ore, siamo di fronte ad un governo più incline ad «un
pugnace revival antielitario» anziché ad affrontare i problemi reali del
paese.

«Nessun grande paese - continua Romano - lo ha fatto (ha cercato cioè di
superare crisi di legittimità nelle laedership politiche ed economiche,
ndr)- elevando la retorica antielitaria a standard permanente di lotta
politica e rinunciando così anche solo a immaginare una soluzione reale a
un problema reale. E' esattamente questo il rischio che in queste
settimane sembra incombere sulla nostra vita pubblica».

E se anche di fronte a questa grave vicenda delle navi affondate per
smaltire rifiuti e che a quanto sembra dalle dichiarazioni di Fonti
rilasciate ieri a Il manifesto ( e che stanno nelle deposizioni del
pentito) è intrisa anche delle storie più torbide relative alle morti di
Ilaria Alpi e Miriam Hrovatin per le inchieste sui traffici di rifiuti e
armi con la Somalia, il governo volesse rinunciare a «dare una soluzione
reale ad un problema reale» sarebbe da delinearsi non solo una minaccia
consistente all'ambiente e alla salute dei cittadini, ma alla stessa
democrazia.

Lucia Venturi - [ 17 settembre 2009 ] Rifiuti e bonifiche


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22 settembre 2009

Quel sangue del Sud versato per il Paese

Quel sangue del Sud versato per il Paese
di ROBERTO SAVIANO
http://www.repubblica.it/2009/09/sezioni/esteri/afghanistan-19/ragazzi-del-sud/ragazzi-del-sud.html

Vengo da una terra di reduci e combattenti. E l'ennesima strage di soldati
non l'accolgo con la sorpresa di chi, davanti a una notizia
particolarmente dolorosa e grave, torna a includere una terra lontana come
l'Afghanistan nella propria geografia mentale. Per me quel territorio ha
sempre fatto parte della mia geografia, geografia di luoghi dove non c'è
pace. Gli italiani partiti per laggiù e quelli che restano in Sicilia, in
Calabria o in Campania per me fanno in qualche modo parte di una mappa
unica, diversa da quella che abbraccia pure Firenze, Torino o Bolzano.

Dei ventun soldati italiani caduti in Afghanistan la parte maggiore sono
meridionali. Meridionali arruolati nelle loro regioni d'origine, o
trasferiti altrove o persino figli di meridionali emigrati. A chi in
questi anni dal Nord Italia blaterava sul Sud come di un'appendice
necrotizzata di cui liberarsi, oggi, nel silenzio che cade sulle città
d'origine di questi uomini dilaniati dai Taliban, troverà quella risposta
pesantissima che nessuna invocazione del valore nazionale è stato in grado
di dargli. Oggi siamo dinanzi all'ennesimo tributo di sangue che le
regioni meridionali, le regioni più povere d'Italia, versano all'intero
paese.

Indipendentemente da dove abitiamo, indipendente da come la pensiamo sulle
missioni e sulla guerra, nel momento della tragedia non possiamo non
considerare l'origine di questi soldati, la loro storia, porci la domanda
perché a morire sono sempre o quasi sempre soldati del Sud. L'esercito
oggi è fatto in gran parte da questi ragazzi, ragazzi giovani,
giovanissimi in molti casi. Anche stavolta è così. Non può che essere
così. E a sgoccioli, coi loro nomi diramati dal ministro della Difesa ne
arriva la conferma ufficiale. Antonio Fortunato, trentacinque anni,
tenente, nato a Lagonegro in Basilicata. Roberto Valente, trentasette
anni, sergente maggiore, di Napoli. Davide Ricchiuto, ventisei anni, primo
caporalmaggiore, nato a Glarus in Svizzera, ma residente a Tiggiano, in
provincia di Lecce. Giandomenico Pistonami, ventisei anni, primo
caporalmaggiore, nato ad Orvieto, ma residente a Lubriano in provincia di
Viterbo. Massimiliano Randino, trentadue anni, caporalmaggiore, di Pagani,
provincia di Salerno. Matteo Mureddu, ventisei anni, caporalmaggiore, di
Solarussa, un paesino in provincia di Oristano, figlio di un allevatore di
pecore. Due giorni fa Roberto Valente stava ancora a casa sua vicino allo
stadio San Paolo, a Piedigrotta, a godersi le ultime ore di licenza con
sua moglie e il suo bambino, come pure Massimiliano Radino, sposato da
cinque anni, non ancora padre.

Erano appena sbarcati a Kabul, appena saliti sulle auto blindate, quei
grossi gipponi "Lince" che hanno fama di essere fra i più sicuri e
resistenti, però non reggono alla combinazione di chi dispone di tanto
danaro per imbottire un'auto di 150 chili di tritolo e di tanti uomini
disposti a farsi esplodere. Andando addosso a un convoglio, aprendo un
cratere lunare profondo un metro nella strada, sventrando case, macchine,
accartocciando biciclette, uccidendo quindici civili afgani, ferendone un
numero non ancora precisato di altri, una sessantina almeno, bambini e
donne inclusi.

E dilaniando, bruciando vivi, cuocendo nel loro involucro di metallo
inutilmente rafforzato i nostri sei paracadutisti, due dei quali appena
arrivati. Partiti dalla mia terra, sbarcati, sventrati sulla strada
dell'aeroporto di Kabul, all'altezza di una rotonda intitolata alla
memoria del comandante Ahmad Shah Massoud, il leone del Panjshir, il
grande nemico dell'ultimo esercito che provò ad occupare quell'impervia
terra di montagne, sopravvissuto alla guerra sovietica, ma assassinato dai
Taliban. Niente può dirla meglio, la strana geografia dei territori di
guerra in cui oggi ci siamo svegliati tutti per la deflagrazione di
un'autobomba più potente delle altre, ma che giorno dopo giorno, quando
non ce ne accorgiamo, continua a disegnare i suoi confini incerti, mobili,
slabbrati. Non è solo la scia di sangue che unisce la mia terra a un luogo
che dalle mie parti si sente nominare storpiato in Affanìstan,
Afgrànistan, Afgà. E' anche altro. Quell'altro che era arrivato prima che
dai paesini della Campania partissero i soldati: l'afgano, l'hashish
migliore in assoluto che qui passava in lingotti e riempiva i garage ed è
stato per anni il vero richiamo che attirava chiunque nelle piazze di
spaccio locali. L'hashish e prima ancora l'eroina e oggi di nuovo l'eroina
afgana. Quella che permette ai Taliban di abbondare con l'esplosivo da
lanciare contro ai nostri soldati coi loro detonatori umani.

E' anche questo che rende simili queste terre, che fa sembrare
l'Afganistan una provincia dell'Italia meridionale. Qui come là i signori
della guerra sono forti perché sono signori di altro, delle cose, della
droga, del mercato che non conosce né confini né conflitti. Delle armi,
del potere, delle vite che con quel che ne ricavano, riescono a comprare.
L'eroina che gestiscono i Taliban è praticamente il 90% dell'eroina che si
consuma nel mondo. I ragazzi che partono spesso da realtà devastate dai
cartelli criminali hanno trovato la morte per mano di chi con quei
cartelli criminali ci fa affari. L'eroina afgana inonda il mondo e
finanzia la guerra dei Taliban. Questa è una delle verità che meno vengono
dette in Italia. Le merci partono e arrivano, gli uomini invece partono
sempre senza garanzia di tornare. Quegli uomini, quei ragazzi possono
essere nati nella Svizzera tedesca o trasferiti in Toscana, ma il loro
baricentro rimane al paese di cui sono originari. È a partire da quei
paesini che matura la decisione di andarsene, di arruolarsi, di partire
volontari. Per sfuggire alla noia delle serate sempre uguali, sempre le
stesse facce, sempre lo stesso bar di cui conosci persino la seduta delle
sedie usurate. Per avere uno stipendio decente con cui mettere su
famiglia, sostenere un mutuo per la casa, pagarsi un matrimonio come si
deve, come aveva già organizzato prima di essere dilaniato in un convoglio
simile a quello odierno, Vincenzo Cardella, di San Prisco, pugile
dilettante alla stessa palestra di Marcianise che ha appena ricevuto il
titolo mondiale dei pesi leggeri grazie a Mirko Valentino. Anche lui uno
dei ragazzi della mia terra arruolati: nella polizia, non nell'esercito.
Arruolarsi, anche, per non dover partire verso il Nord, alla ricerca di un
lavoro forse meno stabile, dove sono meno certe le licenze e quindi i
ritorni a casa, dove la solitudine è maggiore che fra i compagni, ragazzi
dello stesso paese, della stessa regione, della stessa parte d'Italia. E
poi anche per il rifiuto di finire nell'altro esercito, quello della
camorra e delle altre organizzazioni criminali, quello che si gonfia e si
ingrossa dei ragazzi che non vogliono finire lontani.

E sembra strano, ma per questi ragazzi morti oggi come per molti di quelli
caduti negli anni precedenti, fare il soldato sembra una decisione dettata
al tempo stesso da un buon senso che rasenta la saggezza perché comunque
il calcolo fra rischi e benefici sembra vantaggioso, e dalla voglia di
misurarsi, di dimostrare il proprio valore e il proprio coraggio. Di
dimostrare, loro cresciuti fra la noia e la guerra che passa o può passare
davanti al loro bar abituale fra le strade dei loro paesini addormentati,
che "un'altra guerra è possibile". Che combattere con una divisa per una
guerra lontana può avere molta più dignità che lamentarsi della
disoccupazione quasi fosse una sventura naturale e del mondo che non gira
come dovrebbe, come di una condizione immutabile.

Sapendo che i molti italiani che li chiameranno invasori e assassini, ma
pure gli altri che li chiameranno eroi, non hanno entrambi idea di che
cosa significhi davvero fare il mestiere del soldato. E sapendo pure che,
se entrambi non ne hanno idea e non avrebbero mai potuto intraprendere la
stessa strada, è perché qualcuno gliene ne ha regalate di molto più
comode, certo non al rischio di finire sventrati da un'autobomba. Infatti
loro, le destinazioni per cui partono, non le chiamano "missione di pace".

Forse non lo sanno sino in fondo che nelle caserme dell'Afghanistan
possono trovare la stessa noia o la stessa morte che a casa. Ma scelgono
di arruolarsi nell'esercito che porta la bandiera di uno Stato, in una
forza che non dispone della vita e della morte grazie al denaro dei
signori della guerra e della droga. Per questo, mi augurerei che anche chi
odia la guerra e ritiene ipocrita la sua ridefinizione in "missione di
pace", possa fermarsi un attimo a ricordare questi ragazzi. A provare non
solo dolore per degli uomini strappati alla vita in modo atroce, ma
commemorarli come sarebbe piaciuto a loro. A onorarli come soldati e come
uomini morti per il loro lavoro. Quando è arrivata la notizia
dell'attentato, un amico pugliese mi ha chiamato immediatamente e mi ha
detto: "Tutti i ragazzi morti sono nostri". Sono nostri è come per dire
sono delle nostre zone. Come per Nassiriya, come per il Libano ora anche
per Kabul. E che siano nostri lo dimostriamo non nella retorica delle
condoglianze ma raccontando cosa significa nascere in certe terre, cosa
significa partire per una missione militare, e che le loro morti non
portino una sorta di pietra tombale sulla voglia di cambiare le cose. Come
se sui loro cadaveri possa celebrarsi una presunta pacificazione nazionale
nata dal cordoglio. No, al contrario, dobbiamo continuare a porre e porci
domande, a capire perché si parte per la guerra, perché il paese decide di
subire sempre tutto come se fosse indifferente a ogni dolore, assuefatto
ad ogni tragedia.

Queste morti ci chiedono perché tutto in Italia è sempre valutato con
cinismo, sospetto, indifferenza, e persino decine e decine di morti non
svegliano nessun tipo di reazione, ma solo ancora una volta apatia,
sofferenza passiva, tristezza inattiva, il solito "è sempre andata così".
Questi uomini del Sud, questi soldati caduti urlano alle coscienze, se
ancora ne abbiamo, che le cose in questo paese non vanno bene, dicono che
non va più bene che ci si accorga del Sud e di cosa vive una parte del
paese solo quando paga un alto tributo di sangue come hanno fatto oggi
questi sei soldati. Perché a Sud si è in guerra. Sempre.

Published by arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency

(18 settembre 2009)


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IL RAZZISMO ISTITUZIONALE DEL GOVERNO

LUIGI FERRAJOLI: IL RAZZISMO ISTITUZIONALE DEL GOVERNO
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 12 settembre 2009 col titolo "Il
razzismo istituzionale del governo. Fuori legge" e la nota redazionale
"Pubblichiamo
la relazione del filosofo all'incontro 'La frontiera dei diritti. Il
diritto alla frontiera' organizzato a Lampedusa da Magistratura
democratica, dal
Medel e dal Movimento per la giustizia]

E' con un senso di sgomento e di mortificazione civile che siamo oggi qui a
Lampedusa per discutere della vergognosa politica italiana in materia di
immigrazione: delle scandalose leggi razziste e incostituzionali varate
dall'attuale governo contro gli immigrati, fino alla criminalizzazione
della stessa condizione di immigrato irregolare; dei respingimenti di massa
illegittimi, in violazione del diritto d'asilo, di migliaia di disperati
che fuggono dalla fame, o dalle persecuzioni o dalle guerre; delle
violazioni
dei diritti e della dignita' della persona negli attuali centri di
espulsione, e piu' ancora nei lager libici nei quali gli immigrati respinti
vengono destinati; delle centinaia di morti, infine - fino alla tragedia
dei 73 eritrei lasciati annegare in mare lo scorso agosto, dopo 21 giorni
alla
deriva - vittime della disumanita' del nostro governo, immemore della lunga
tradizione di emigrazione del nostro paese.
*
La guerra ai migranti
Ci troviamo di fronte ad un cumulo di illegalita' istituzionali, che hanno
provocato critiche e proteste da parte dell'Onu, dell'Unione Europea e
della Chiesa cattolica e che deturpano i connotati essenziali della nostra
democrazia. (...) Credo sia opportuno, in via preliminare, misurarne la
contraddizione profonda con i principi piu' elementari della tradizione
liberale. Entro questa tradizione, il diritto di emigrare e' il piu' antico
dei diritti naturali, essendo stato proclamato alle origini della civilta'
giuridica moderna. Ben prima della teorizzazione hobbesiana del diritto
alla vita e di quella lockiana dei diritti di liberta', lo ius migrandi fu
infatti configurato dal teologo spagnolo Francisco de Vitoria, nelle sue
Relectiones de Indis svolte a Salamanca nel 1539, come un diritto
universale e insieme come il fondamento del nascente diritto
internazionale moderno.
Di fatto la sua proclamazione era chiaramente finalizzata alla
legittimazione della conquista spagnola del Nuovo mondo: anche con la
guerra, ove all'esercizio di quel diritto fosse stata opposta illegittima
resistenza. Tuttavia - benche' asimmetrico, non essendo certo esercitabile
dalle popolazioni dei "nuovi" mondi, ma solo dagli europei che lo
invocarono a sostegno delle loro conquiste e colonizzazioni - lo ius
migrandi rimase
da allora un principio fondamentale del diritto internazionale
consuetudinario.
*
In nome della proprieta' privata
John Locke lo teorizzo' come essenziale al nesso proprieta', lavoro,
sopravvivenza sul quale fondo' la legittimita' del capitalismo: "la stessa
norma della proprieta'", in forza della quale ciascuno e' proprietario dei
frutti del proprio lavoro, egli scrisse, "puo' sempre valere nel mondo
senza pregiudicare nessuno, poiche' vi e' terra sufficiente nel mondo da
bastare
al doppio di abitanti" (...). Kant, a sua volta, enuncio' ancor piu'
esplicitamente non solo il "diritto di emigrare", ma anche il diritto di
immigrare, che formulo' come "terzo articolo definitivo per la pace
perpetua". Infine il diritto di emigrare fu consacrato nell'art. 13 della
Dichiarazione universale dei diritti nel 1948 e in quasi tutte le odierne
costituzioni, inclusa quella italiana (...).
Ho ricordato queste origini dello ius migrandi perche' la loro memoria
dovrebbe quantomeno generare una cattiva coscienza in ordine
all'illegittimita' morale e politica, ancor prima che giuridica, della
legislazione contro gli immigrati. Quell'asimmetria, in forza della quale
quel diritto fu utilizzato dai soli occidentali a danno delle popolazioni
dei nuovi mondi, si e' oggi rovesciata. Dopo cinque secoli di
colonizzazioni e rapine non sono piu' gli europei ad emigrare nei paesi
poveri del mondo,
ma sono al contrario le masse affamate di questi stessi paesi che premono
alle nostre frontiere. E con il rovesciamento dell'asimmetria si e'
prodotto anche un rovesciamento del diritto. Oggi che l'esercizio del
diritto di
emigrare e' divenuto possibile per tutti ed e' per di piu' la sola
alternativa di vita per milioni di esseri umani, non solo se ne e'
dimenticato l'origine storica e il fondamento giuridico nella tradizione
occidentale, ma lo si reprime con la stessa feroce durezza con cui lo si e'
brandito alle origini della civilta' moderna a scopo di conquista e
colonizzazione. Nel momento in cui si e' trattato di prenderne sul serio il
carattere "universale", quel diritto e' infatti svanito, capovolgendosi nel
suo contrario: tramutandosi in reato.
E' questa l'enorme novita' dell'attuale legislazione italiana rispetto alle
stesse leggi anti-immigrazione del passato, come la Bossi-Fini o le varie
leggi contro gli immigrati degli altri paesi europei: la criminalizzazione
degli immigrati clandestini. (...)
Ma oggi la novita' della criminalizzazione degli immigrati compromette
radicalmente l'identita' democratica del nostro paese. Giacche' essa ha
creato una nuova figura: quella della persona illegale, fuorilegge solo
perche' tale, non-persona perche' priva di diritti e percio' esposta a
qualunque tipo di vessazione; destinata dunque a generare un nuovo
proletariato, discriminato giuridicamente e non piu' solo, come i vecchi
immigrati, economicamente e socialmente.
Il salto di qualita' consiste dunque nei connotati intrinsecamente razzisti
della nuova legislazione: dapprima del decreto legge n.92/2008, convertito
in legge il 24 luglio del 2008, che ha introdotto, per qualunque reato,
l'aggravante della condizione di clandestino, l'aumento della pena fino a
un terzo e il divieto di concedere le attenuanti generiche sulla sola base
dell'assenza di precedenti penali; poi, soprattutto, della legge sulla
sicurezza (...) E' stato infine allungato da 2 a 6 mesi il tempo di
permanenza dei clandestini nei centri di espulsione (Cie). Infine le norme
apertamente razziste, di triste memoria nel nostro paese: il divieto dei
matrimoni misti per l'immigrato irregolare; gli ostacoli alle rimesse di
denaro alle famiglie; il divieto per quanti sono privi del permesso di
soggiorno di iscrivere i figli all'anagrafe, con il conseguente pericolo
che questi, non essendo riconosciuti, possano essere dati in adozione e
sottratti alle loro madri, la cui sola alternativa sara' il parto
clandestino e la clandestinita' dei loro figli. (...)
*
Buttati a mare
La cosa piu' sconfortante e' che queste leggi non sono bastate a soddisfare
le pulsioni razziste presenti nell'attuale governo. Anch'esse, benche'
crudelmente discriminatorie, sono state violate dal nostro governo. E'
quanto e' accaduto in questi mesi, a partire dallo scorso 6 maggio, con
l'infamia dei respingimenti in mare, nel corso dei quali centinaia di
persone sono state rigettate, a rischio della loro vita, nei campi libici o
nei loro paesi di provenienza. Questi respingimenti sono illegali sotto
piu' aspetti. Hanno violato, anzitutto, il diritto d'asilo stabilito
dall'articolo 10 (comma 3) della Costituzione per "lo straniero al quale
sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle liberta'
democratiche",
giacche' le navi italiane con cui gli immigrati vengono riportati in Libia
sono territorio italiano, siano esse in acque territoriali o in acque
extraterritoriali. E lo hanno violato doppiamente, giacche' questi
disperati vengono respinti in quei veri lager che sono i campi libici,
dove sono
destinati a rimanere senza limiti di tempo e in violazione dei piu'
elementari diritti umani. Hanno violato, in secondo luogo, la garanzia
dell'habeas corpus stabilita dall'articolo 13 (comma 3) della Costituzione:
questi respingimenti si sono infatti risolti in accompagnamenti coattivi,
non sottoposti a nessuna convalida giudiziaria. (...) Infine sono state
violate le convenzioni internazionali che l'Italia, nell'articolo 10 della
Costituzione si e' impegnata a rispettare: l'art. 13 della Dichiarazione
universale dei diritti umani sulla liberta' di emigrare; l'art. 14 della
stessa Dichiarazione sul diritto d'asilo; l'art. 4 del protocollo 4 della
Convenzione europea dei diritti umani che vieta le espulsioni collettive.
Infine l'ultimo, dolente capitolo: quello dei "centri" che prima si
chiamavano "di accoglienza" e che la nuova legge chiama "centri di
identificazione e di espulsione", nei quali gli immigrati possono restare
reclusi non piu' per 60 giorni, come secondo la vecchia legge, ma per sei
mesi. Questi centri sono veri luoghi di detenzione: una detenzione,
peraltro, ancor piu' grave e penosa di quella carceraria, dato che e'
sottratta a tutte le garanzie previste per i detenuti, a cominciare dal
ruolo di controllo svolto dalla magistratura di sorveglianza.
Sono stati cosi' creati dei centri, dei luoghi, dei campi di
concentramento - chiamiamoli come vogliamo - in cui vengono recluse persone
che non hanno fatto nulla di male, ma che vengono private di qualunque
diritto e sottoposte a un trattamento punitivo senza neppure i diritti e le
garanzie che accompagnano la stessa pena della reclusione. In questi centri
la violazione dell'habeas corpus e' totale. (...)
Queste norme e queste pratiche rivelano insomma un vero e proprio razzismo
istituzionale. (...) Esse esprimono l'immagine dell'immigrato come "cosa",
come non-persona, il cui solo valore e' quello di mano d'opera a basso
costo per lavori troppo faticosi, o pericolosi o umilianti: tutto,
fuorche' un
essere umano, titolare di diritti al pari dei cittadini.
*
Categorie criminali
C'e' un altro aspetto, ancor piu' grave, del razzismo istituzionale
espresso da queste norme e dalla campagna sulla sicurezza a loro sostegno:
il veleno
razzista da esse iniettato nel senso comune. Queste norme e questa campagna
non si limitano a riflettere il razzismo diffuso nella societa', ma sono
esse stesse norme razziste - le odierne "leggi razziali", e' stato detto, a
distanza di 70 anni da quelle di Mussolini - che quel razzismo valgono ad
assecondare e a fomentare, stigmatizzando come pericolosi e potenziali
delinquenti non gia' singoli individui sulla base dei reati commessi, ma
intere categorie di persone sulla base della loro identita' etnica. (...)
Questo razzismo istituzionale rischia di minare alle radici la nostra
democrazia. Al tempo stesso, le politiche e le leggi che ne sono
espressione possono solo aggravare e drammatizzare tutti i problemi che si
illudono di
risolvere. Mentre non saranno mai in grado di fermare l'immigrazione,
avranno come effetto principale l'aumento esponenziale del numero dei
clandestini e la loro emarginazione sociale inevitabilmente criminogena. E'
infatti evidente che, come gia' e' accaduto per l'emigrazione italiana
negli Stati Uniti negli anni Venti e Trenta del secolo scorso, la
condizione di
debolezza e di inferiorita' degli immigrati finisce inevitabilmente per
spingerli nell'illegalita', alla ricerca della solidarieta' e della
protezione di altri immigrati clandestini e di consegnarli, magari, al
controllo delle mafie. Occorre al contrario essere consapevoli della
complementarita' e della convergenza tra sicurezza e integrazione sociale:
una politica a garanzia della sicurezza non solo non esclude, ma implica la
massima integrazione degli immigrati, attraverso il riconoscimento della
loro dignita' di persone e la garanzia di tutti i diritti della persona.

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Acqua: il grande rifiuto

Acqua: il grande rifiuto

"Non avrei mai pensato che la politica potesse diventare a tal punto il
paladino dei potentati economico-finanziari". P. Alex Zanotelli commenta
così le recenti modifiche alla legge 133/2008 che rafforzano la
privatizzazione dell'acqua.

Non avrei mai immaginato che il paese di Francesco d'Assisi (Patrono
d'Italia) che ha cantato nelle sue Laudi la bellezza di "sorella acqua"
diventasse la prima nazione in Europa a privatizzare l'acqua! Giorni fa
abbiamo avuto l'ultimo tassello che porterà necessariamente alla
privatizzazione dell'acqua.

Il Consiglio dei Ministri , infatti, ha approvato il 9/09/2009 delle
"Modifiche" all'articolo 23 bis della Legge 133/2008. Queste "Modifiche"
sono inserite come articolo 15 in un Decreto legge per l'adempimento degli
obblighi comunitari. Una prima parte di queste Modifiche riguardano gli
affidamenti dei servizi pubblici locali, come gas, trasporti pubblici e
rifiuti. Le vie ordinarie - così afferma il Decreto - di gestione dei
servizi pubblici locali di rilevanza economica è l'affidamento degli
stessi, attraverso gara, a società miste, il cui socio privato deve essere
scelto attraverso gara, deve possedere non meno del 40% ed essere socio
"industriale". In poche parole questo vuol dire la fine delle gestioni
attraverso SPA in house e della partecipazione maggioritaria degli enti
locali nelle SPA quotate in borsa.

Questo decreto è frutto dell'accordo tra il Ministro degli Affari
Regionali, Fitto e il Ministro Calderoli. E questo grazie anche alla
pressione di Confindustria per la quale in tempo di crisi, i servizi
pubblici locali devono diventare fonte di guadagno.

E' la vittoria del mercato, della merce, del profitto. Cosa resta ormai di
comune nei nostri Comuni? E' la vittoria della politica delle
privatizzazioni, oggi, portata avanti brillantemente dalla destra. A farne
le spese è sorella acqua. Oggi l'acqua è il bene supremo che andrà sempre
più scarseggiando, sia per i cambiamenti climatici, sia per l'incremento
demografico. Quella della privatizzazione dell'acqua è una scelta politica
gravissima che sarà pagata a caro prezzo dalle classi deboli di questo
paese, ma soprattutto dagli impoveriti del mondo (in milioni di morti per
sete!)

Ancora più incredibile per me è che la gestione dell'acqua sia messa sullo
stesso piano della gestione dei rifiuti! Questa è la mercificazione della
politica! Siamo anni luce lontani dalla dichiarazione del Papa Benedetto
XVI nella sua recente enciclica Caritas in veritate dove si afferma che
l'"accesso all'acqua" è "diritto universale di tutti gli esseri umani
senza distinzioni e discriminazioni". Tutto questo è legato al "diritto
primario della vita". La gestione dell'acqua per il nostro Governo è
assimilabile a quella dei rifiuti! Che vergogna! Non avrei mai pensato che
la politica potesse diventare a tal punto il paladino dei potentati
economico-finanziari. E' la morte della politica!

Per cui chiedo a tutti di:

-protestare contro questa decisione del governo tramite interlocuzioni con
i parlamentari, invio di e.mail ai vari ministeri...

-chiedere ai parlamentari che venga discussa in Parlamento la Legge di
iniziativa popolare per una gestione pubblica e partecipata dell'acqua,
che ha avuto oltre 400mila firme e ora 'dorme' nella Commissione Ambiente
della Camera;

-chiedere con insistenza alle forze politiche di opposizione che dicano la
loro posizione sulla gestione dell'acqua e su queste Modifiche alla 23 bis;

- premere a livello locale perché si convochino consigli comunali
monotematici per dichiarare l'acqua bene comune e il servizio idrico
"privo di rilevanza economica";

- ed infine premere sui propri consigli comunali perché facciano la scelta
dell'Azienda Pubblica Speciale a totale capitale pubblico: è l'unica
strada che ci rimane per salvare l'acqua.

Sarà solo partendo dal basso che salveremo l'acqua come bene comune, come
diritto fondamentale umano e salveremo così anche la nostra democrazia.
E' in ballo la Vita perché l'Acqua è Vita.

Alex Zanotelli

Nigrizia - 14/9/2009


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MARTIN LUTHER KING: UN DISCORSO DEL 5 DICEMBRE 1955

MARTIN LUTHER KING: UN DISCORSO DEL 5 DICEMBRE 1955
[Riproponendo il seguente testo, nuovamente ringraziamo Fulvio Cesare
Manara per averci messo a disposizione l'antologia di scritti e discorsi
di Martin
Luther King da lui curata, Memoria di un volto: Martin Luther King,
Dipartimento per l'educazione alla nonviolenza delle Acli di Bergamo,
Bergamo 2002. Il testo seguente e' quello del discorso tenuto da Martin
Luther King all'assemblea della Montgomery Improvement Association, Holt
Street Baptist Church, Montgomery, Alabama, 5 dicembre 1955. La traduzione
italiana e' di Fulvio Cesare Manara, il testo originale e' in The Papers of
Martin Luther King, jr, vol. III, Birth of a New Age, December 1955 -
December 1956, Clayborne Carson (Ed.), Berkeley, University of California
Press, 1997, pp. 71-74. L'opuscolo da cui riprendiamo il testo reca anche
la seguente opportuna nota introduttiva: "Il primo incontro di massa della
Montgomery Improvement Association (in sigla: Mia) attrasse molte migliaia
di persone nella grande Chiesa Battista di Holt Street, in un quartiere
popolato da neri della classe operaia. Sia la chiesa che l'auditorium nel
seminterrato erano colmi molto prima che l'incontro avesse inizio, e c'era
pubblico all'esterno che poteva ascoltare con altoparlanti. Oltre a
cronisti, fotografi e a due troupe televisive, fra i partecipanti erano
presenti anche leader neri di altre citta' dell'Alabama, come Birmingham,
Mobile e Tuscaloosa. L'incontro inizio' con due inni, una preghiera del
reverendo W. F. Alford e una lettura dalla Scrittura (il Salmo 34) del
reverendo U. J. Fields. King poi tenne il discorso che aveva preparato in
fretta prima dell'incontro stesso. Piu' avanti fece riferimento al problema
che ebbe di fronte quando considerava cosa avrebbe detto: "Come avrei
potuto tenere un discorso che fosse abbastanza militante da mantenere la
gente
disposta ad una azione positiva e nello stesso tempo abbastanza moderato da
mantenere questo fervore entro limiti controllabili e cristiani? Sapevo che
molte persone di colore erano vittime di un'amarezza che facilmente avrebbe
potuto crescere fino a proporzioni da diluvio. Cosa avrei potuto dire per
assicurarmi che restassero coraggiosi e preparati all'azione positiva e nel
contempo privi di odio e risentimento? Avrebbero potuto combinarsi il
militante e il moderato in un singolo discorso?" (1). Nel suo discorso,
King descrisse i maltrattamenti dei passeggeri neri degli autobus e la
disobbedienza civile di Rosa Parks, e poi giustifico' la protesta
nonviolenta facendo appello alla fede cristiana degli afroamericani
nell'amore e nella giustizia, e alla tradizione democratica americana della
protesta legale. Una pausa silenziosa segui' le parole di King, e poi
eruppe in un fragoroso applauso. Il reverendo Edgar N. French della
Hillard Chapel
Ame Zion Church presento' Rosa Parks e Fred Daniel, uno studente del
College di Stato dell'Alabama arrestato quella mattina con l'accusa di
condotta
turbolenta (poi ritirata), in quanto si sosteneva che avesse impedito ad
una donna di salire su di un autobus. Il reverendo Abernathy lesse poi la
risoluzione stesa da lui stesso, da King ed altri della commissione per la
risoluzione. L'assemblea voto' a favore in schiacciante maggioranza,
decidendo di "astenersi dal prendere gli autobus... fino a che un qualche
accordo fosse raggiunto" con la compagnia degli autobus. King fece poi una
richiesta di sostegno economico, e lascio' infine l'assemblea per
partecipare con un altro discorso ad un banchetto della Ymca"]

Amici miei, siamo di certo molto lieti nel vedere ciascuno di voi qui
questa sera. Siamo qui stasera per una faccenda grave. In un senso
generale, siamo
qui perche' prima di tutto e innanzi tutto siamo cittadini americani, e
siamo decisi ad esercitare la nostra cittadinanza nel suo significato piu'
pieno. Siamo qui anche a causa del nostro amore per la democrazia, perche'
abbiamo la radicata convinzione che la democrazia, quando da un fragile
foglio di carta si traduce nella concretezza di un atto, e' la migliore
forma di governo che esista sulla terra.
Ma siamo qui in un senso piu' specifico, a causa della situazione dei bus
di Montgomery. Siamo qui perche' siamo determinati a fare in modo di
correggere questa situazione. Non si tratta di una situazione nuova. Il
problema
esiste da moltissimo tempo. Da molti anni a questa parte i neri di
Montgomery e in
molte altre regioni sono stati afflitti dalla paralisi delle paure che li
immobilizzano sugli autobus della nostra comunita'. In cosi' tante
occasioni i neri hanno subito intimidazioni e sono stati umiliati e
colpiti -
oppressi - a causa del puro e semplice fatto di essere neri. Non ho tempo
stasera di precisare la storia di questi numerosi casi. Molti di essi sono
ora perduti nella fitta nebbia della dimenticanza, ma almeno uno rimane
fisso innanzi a noi, vivido.
Proprio l'altro giorno, proprio lo scorso martedi' per essere esatti, uno
dei cittadini migliori di Montgomery - non uno dei migliori cittadini neri,
ma uno dei migliori cittadini di Montgomery - e' stato prelevato da un
autobus e portato in prigione ed arrestato, perche' aveva rifiutato di
alzarsi per cedere il proprio posto ad una persona bianca. Ora la stampa
vorrebbe che noi credessimo che ella ha rifiutato di lasciare un posto
nella sezione riservata ai neri, ma io voglio che questa sera voi sappiate
che
non esiste una sezione riservata ai neri. La legge non e' stata mai resa
chiara
su questo punto. Ora io credo di parlare con autorita' legale - non che
abbia alcuna autorita' legale, ma penso di parlare con un'autorita' legale
alle mie spalle - e affermo che la legge, l'ordinanza, l'ordinanza
cittadina non e' stata mai resa chiara (2).
La signora Rosa Parks e' una brava persona. E, siccome doveva accadere,
sono lieto che sia accaduto ad una persona come la signora Parks, perche'
nessuno puo' dubitare sulla illimitata estensione della sua integrita'.
Nessuno
puo' mettere in dubbio l'altezza del suo carattere, nessuno puo' dubitare
della
profondita' del suo impegno cristiano e della sua devozione agli
insegnamenti di Gesu'. E sono lieto, visto che doveva avvenire, che sia
avvenuto ad una persona che nessuno puo' definire come un fattore di
disturbo nella comunita'. La signora Parks e' una brava persona cristiana,
modesta, e tuttavia c'e' integrita' e carattere in lei. E proprio perche'
si e' rifiutata di alzarsi, ella e' stata arrestata.
E voi sapete, amici miei, viene un tempo in cui la gente si stanca di
essere calpestata dal tallone di ferro dell'oppressione. Viene un tempo,
amici
miei, in cui la gente si stanca di essere immersa nell'abisso
dell'umiliazione, dove si fa esperienza dello squallore di una lamentosa
disperazione. Viene un tempo in cui la gente si stanca di essere scacciata
dallo scintillante sole estivo della vita, e lasciata in piedi in mezzo al
freddo pungente di un novembre alpino. Viene un tempo.
E siamo qui, siamo qui stasera perche' ora siamo stanchi. E voglio dire che
non siamo qui per far ricorso alla violenza. Non lo abbiamo mai fatto.
Voglio che sia noto in tutta Montgomery e in tutta la nazione che siamo
cristiani. Crediamo nella religione cristiana. Crediamo negli insegnamenti
di Gesu'. L'unica arma che abbiamo nelle nostre mani stasera e' l'arma
della protesta. E' tutto.
E certo, certo, questa e' la gloria dell'America, pur con tutti i suoi
difetti. Questa e' la gloria della nostra democrazia. Se fossimo chiusi
dentro la cortina di ferro di una nazione comunista non potremmo far
questo.
Se fossimo caduti nella prigione di un regime totalitario non potremmo far
questo. Ma la grande gloria della democrazia americana e' il diritto di
protestare per i diritti. Amici miei, non permettiamo a nessuno di farci
sentire che le nostre azioni sono paragonate a quelle del Ku Klux Klan o a
quelle del "Consiglio dei cittadini bianchi". Non ci saranno croci
bruciate, in nessuna fermata degli autobus di Montgomery. Non ci sara'
alcuna persona
bianca spinta fuori dalla sua casa e portata in una strada appartata per
essere linciata per non aver cooperato. Non ci sara' fra noi alcuno che si
alzera' per sfidare la Costituzione di questa nazione. Noi ci siamo riuniti
qui solo a causa del nostro desiderio di vedere esistere il diritto. Amici
miei, voglio che sia noto che stiamo per agire con decisa e coraggiosa
determinazione per ottenere giustizia sugli autobus in questa citta'.
E noi non abbiamo torto, non siamo nel torto in cio' che facciamo. Se noi
siamo nel torto, allora e' nel torto la Corte Suprema di questa nazione. Se
noi siamo nel torto, la Costituzione degli Stati Uniti e' nel torto. Se noi
siamo nel torto, Iddio onnipotente e' nel torto. Se noi siamo nel torto,
allora Gesu' di Nazaret era solo un sognatore utopista, che non e' mai
sceso sulla terra. Se noi siamo nel torto, la giustizia e' una menzogna.
L'amore
non ha alcun significato. E noi, qui a Montgomery, siamo ben decisi a
lavorare e a batterci finche' la giustizia non scorrera' come l'acqua, e la
rettitudine come una poderosa corrente (3).
Voglio dirvi che in tutte le nostre azioni dobbiamo tenerci uniti. L'unita'
e' la grande esigenza di quest'ora, e se saremo uniti potremo ottenere
molte delle cose che non solo desideriamo, ma meritiamo giustamente. E non
vi
lasciate spaventare da nessuno. Noi non abbiamo paura di quel che facciamo,
perche' lo facciamo nel rispetto della legge. Nella nostra democrazia
americana non c'e' mai un momento in cui dobbiamo pensare di essere nel
torto se protestiamo. Noi ci riserviamo questo diritto. Quando i lavoratori
ovunque in questa nazione si resero conto che sarebbero stati messi sotto i
piedi dal potere capitalistico, non c'e' stato nulla di sbagliato se si
sono organizzati ed hanno protestato per i loro diritti.
Noi, i diseredati di questa terra, noi che siamo stati oppressi tanto a
lungo, siamo stanchi di attraversare la lunga notte della cattivita'. Ed
ora stiamo per uscirne verso l'aurora della liberta', della giustizia e
dell'uguaglianza. Lasciatemi dire, amici, mentre mi accingo a concludere,
per darvi giusto qualche idea sul perche' siamo qui riuniti, che noi
dobbiamo avere - e voglio sottolinearlo, in ogni nostra azione, in ogni
nostra decisione qui stasera e nel corso della settimana -, dobbiamo avere
Dio al centro. Facciamo in modo di essere cristiani in tutte le nostre
azioni. Ma voglio dirvi stasera che per noi non e' sufficiente parlare di
amore, l'amore e' uno dei punti cardine della fede cristiana. C'e' un altro
lato, che si chiama giustizia. E la giustizia e' realmente amore in azione.
La giustizia e' l'amore che corregge cio' che si rivolta contro l'amore.
Lo stesso Dio Onnipotente non e' solo il Dio che sta semplicemente la' e
dice con Osea "Ti amo Israele". Egli e' anche il Dio che si leva di fronte
alla nazione e afferma: "State calmi e sappiate che io sono Dio, e che se
non mi obbedite spezzero' la spina dorsale del vostro potere e vi sbattero'
fuori dall'orbita delle vostre relazioni internazionali e interne" (4).
Schierarsi al fianco dell'amore e' sempre giustizia, e noi stiamo solo
usando gli strumenti della giustizia. Non solo usiamo gli strumenti della
persuasione, ma abbiamo capito che dobbiamo far ricorso agli strumenti
della forza legittima. Questa faccenda non e' soltanto un processo
educativo, e'
anche un processo legislativo.
Mentre ci troviamo qui stasera, e mentre ci prepariamo per quel che
accadra', cerchiamo di uscire di qui con una decisa e coraggiosa
determinazione a rimanere tutti uniti. Noi lavoreremo insieme. Quando nel
futuro saranno scritti i libri di storia, qualcuno dovra' dire che proprio
qui, a Montgomery, "c'era un popolo, un popolo nero, capelli crespi e
carnagione scura, un popolo che ha avuto il coraggio morale di alzarsi per
far valere i propri diritti. E cosi' facendo hanno instillato un nuovo
significato nelle vene della storia e della civilta'". E faremo tutto
questo. Dio ci permetta di farlo prima che sia troppo tardi. E mentre
procediamo con il nostro programma, pensiamo a tutto questo.
*
Note
1. King, Stride toward Freedom: The Montgomery Story, New York, Harper &
Row, 1958, pp. 59-60. Le citazioni che King fa dal discorso in quest'opera
(pp. 61-63) differiscono un poco dalle sue effettive parole.
2. Per abitudine gli autisti degli autobus potevano richiedere ai
passeggeri
neri di spostarsi indietro, una fila alla volta, quando la precedente
sezione bianca era pienamente occupata e altri passeggeri bianchi dovevano
prendere posto.
3. Amos, 5, 24.
4. King si riferisce a Osea, 11, 1. Si riferisce probabilmente anche al
Salmo 46, 10.

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LEGALITA' E' UMANITA'
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Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 37 del 13 settembre 2009


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20 settembre 2009

Tentar non nuoce.

Tentar non nuoce.
10/09/2009 Mariangela Maturi

Tentar non nuoce. Così dal governo giunge voce di qualche manovra che
silenziosamente spinge verso la privatizzazione dei servizi pubblici
locali, acqua compresa. Ad agosto c'è stato un intervento del ministro
dell'economia Tremonti, ora ci si mette Fitto, responsabile degli affari
regionali. Così da due giorni sono state approvate alcune subdole
modifiche all'articolo 23bis che riforma l'amministrazione dei servizi
pubblici locali e riguarda la gestione dell'acqua, dell'energia, del gas,
dei rifiuti e del trasporto urbano. Il nodo cruciale delle riforme nella
gestione riguarda proprio i criteri di affidamento dei servizi: d'ora in
poi la «via ordinaria» di gestione di un bene come l'acqua sarà regolata
dalla compartecipazione in una Spa di un ente locale e di un privato
scelto attraverso gara, che disporrà di non meno del 40% del capitale e ne
sia socio «industriale». L'unica eccezione che consente ad un Comune di
proseguire la gestione con il totale capitale pubblico è concessa solo in
condizioni straordinarie e preventivamente approvata dall'Autorità garante
della concorrenza e del mercato. Quindi, sarà sempre più difficile che un
Comune possa gestire una Spa in autonomia. Marco Bersani dell'associazione
Attac spiega: «Sembra che il governo abbia raccolto il richiamo di
Confindustria sulle casse sicure. Non c'è entrata più sicura di quella dei
servizi pubblici, quindi la direzione intrapresa è verso la
privatizzazione dei servizi pubblici, dall'acqua alla luce e il gas».
Esiste, per gli enti locali, un modo per evitare di privatizzare
anche
un bene pubblico come l'acqua? «Si, il modo c'è - spiega Bersani - alcuni
Comuni stanno già cambiando il loro statuto in questa direzione: se
l'acqua viene considerata 'bene privo di rilevanza economica', la gestione
esce dall'ambito della normativa governativa e il bene viene considerato
per la sua rilevanza ambientale, sociale e culturale. In tal caso, il
Comune può evitare la privatizzazione e ripristinare la democrazia».
Insomma, la scelta per i Comuni è tra la privatizzazione e trasformare
l'acqua in un bene pubblico, che abbia priorità diverse dal solo rientro
economico. Staremo a vedere.

http://www.ilmanifesto.it/archivi/fuoripagina/anno/2009/mese/09/articolo/1418/

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Affari d’oro

Affari d'oro
Ismail Ali Farah
Armi, aiuti e sequestri. Un giro d'affari da centinaia di milioni di
dollari che alimenta la guerra civile somala da quasi due decenni.

http://www.nigrizia.com/sito/notizie_pagina.aspx?Id=8529&IdModule=1

Nell'anarchia diffusa, proliferano modi sempre più ingegnosi per trarre
profitto dall'economia di guerra, affermata in 18 anni di conflitto.
Secondo alcune stime la sola attività di pirateria nelle acque al largo
della regione settentrionale del Puntland avrebbe fruttato nel 2008 circa
cento milioni di dollari. Un bottino che rende i banditi del mare, ex
pescatori di villaggi costieri, più temibili delle stesse fazioni di
miliziani che si contendono il governo del paese.

La fonte principale di reddito per i war-lords somali rimane tuttavia
quella "ufficiale". Nel giugno scorso, gli Stati Uniti hanno inviato dieci
milioni di dollari in armi al governo di transizione somalo per
contrastare la crescente minaccia islamista. Armi che, puntualmente,
sarebbero state ritrovate nel principale mercato della capitale.

Una prassi comune, secondo quanto riferito dai testimoni locali: i
miliziani filo-governativi ricevono le armi dal governo, per poi
rivenderle al mercato, dove i membri delle fazioni opposte le
ricomprerebbero ad un prezzo maggiorato.
Come lo stesso dipartimento di stato statunitense ha confermato, le armi
prenderebbero la via della Somalia attraverso Kampala e i caschi verdi
ugandesi della locale missione dell'Unione Africana.

Nel fiume di denaro che scorre in questo paese devastato, non potevano
mancare gli imprenditori internazionali della guerra. In un reportage
trasmesso mercoledì, l'emittente televisiva panaraba, Al Jazeera, ha
rivelato il legame esistente tra un'importante società internazionale di
sicurezza e i pirati del Golfo di Aden. Dieci anni fa, la britannica Hart
Security avrebbe fornito addestramento ed equipaggiamento al personale di
sicurezza somalo da destinare all'attività di guardacoste nel nord del
paese. Centinaia di guardacoste, che, successivamente, avrebbero deciso di
abbandonare l'attività per passare a quella di pirateria, molto più
remunerativa.

La segnalazione giunge da un pirata. Mohamed Hersi, uno dei portavoce dei
corsari, ha riferito attraverso una mail inviata all'emittente, di aver
ricevuto un addestramento speciale commissionato dal governo del Puntland
alla multinazionale britannica Hart Security, attiva in alcuni dei più
accesi conflitti del pianeta, contractor ufficiale di Stati Uniti, Unione
Europea e organizzazioni internazionali.

Dopo aver incassato i finanziamenti per l'addestramento dei pirati somali,
la stessa compagnia oggi fornisce assistenza alle malcapitate società
armatrici, offrendo servizi assicurativi, di consulenza e di protezione,
proprio contro quei corsari che dieci anni prima si è preoccupata di
addestrare. Tutto ciò ad una modica cifra che oscilla tra i 500.000 e i 2
milioni di dollari, nel caso fosse necessaria un'assicurazione contro i
sequestri. Dal canto suo Richard Bethel, amministratore delegato della
Hart Security, rigetta ogni responsabilità: «Attribuire a noi la causa del
fenomeno della pirateria - dice - è come attribuire al governo
statunitense la responsabilità per le attività dei terroristi di Al Qaeda».

Nigrizia - 11/9/2009

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Nucleare, Greenpeace scopre scandalo in Slovacchia

11.9.09

Nucleare, Greenpeace scopre scandalo in Slovacchia

Proprio mentre in Italia si capiscono sempre meglio le motivazioni tutte
economiche della volontà del governo di tornare al nucleare, dalla
Slovacchia
arriva una notizia piuttosto sconcertante.

GreenReport - Greenpeace, infatti, dichiara di essere «venuta in possesso
di
un documento della compagnia elettrica Slovenske Elektrarne (SE),
controllata
al 66% da Enel, che descrive come manipolare l'audizione pubblica prevista
dalla procedura di Valutazione di impatto ambientale (VIA) per il progetto
di
completamento di due reattori nucleari sovietici a Mochovce, in Slovacchia.
L'audizione si terrà il prossimo 18 settembre, a Bratislava». «Si tratta -
spiega Andrea Zlatnanska, responsabile della campagna Energia - di un
documento
ufficiale di Enel/Se che mostra chiaramente la volontà di manipolare la
partecipazione del pubblico per evitare che si facciano critiche al
progetto».

Il documento - sostiene l'associazione ambientalista - descrive come
prevenire che ci siano manifestazioni di protesta, come restringere la
partecipazione del pubblico, e come raggiungere una minima attenzione dei
media. Enel/Se indica esplicitamente al ministero dell'ambiente slovacco di
organizzare solamente un'audizione a Bratislava e che venga 'evitata'
l'audizione a Vienna già richiesta dal Consiglio comunale. Secondo la
convenzione Espoo, infatti, i Paesi confinanti possono far richiesta di
partecipare alla Via per capire quali potrebbero essere gli impatti del
progetto.

Austria e Ungheria sono ovviamente molto critiche sul completamento di
reattori nucleari risalenti agli anni '70 a pochi chilometri dal confine.

Il progetto consiste nel completamento di due reattori nucleari di
progettazione sovietica VVER da 440 MW ognuno, la cui costruzione fu
interrotta
all'inizio degli anni '90. I reattori non hanno alcun sistema di
protezione in
grado di proteggerli da incidenti gravi come l'impatto di un aereo. Il
completamento costerà a Enel - nelle previsioni - 2,8 miliardi di euro,
quasi
quanto costerebbe realizzare ex-novo un reattore EPR di ultima generazione.

«In Slovacchia Enel - dice Francesco Tedesco, responsabile della Campagna
Energia e Clima di Greenpeace - sta buttando i soldi dalla finestra come se
comprasse una Duna senza airbag al costo di una Ferrari. È uno scandalo
che la
controllata di Enel faccia silenzio attorno al progetto e nasconda le
informazioni agli occhi dei cittadini che dovranno convivere con reattori
nucleari senza guscio di contenimento».

Greenpeace denuncia che il comportamento di Enel/Se, interferendo nel
processo di pubblica partecipazione, è in violazione della legge.
Greenpeace
chiede dunque al governo slovacco che la procedura di Via, ormai
compromessa,
sia fermata e fatta ripartire dall'inizio. I lavori di completamento
dovrebbero
inoltre essere fermati immediatamente fino a quando la procedura Via non
sarà
conclusa.
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Mailing list Ecologia dell'associazione PeaceLink.
Archivio messaggi: http://lists.peacelink.it/ecologia

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E così la giostra dell'evasione riprende a girare sempre più veloce.

E così la giostra dell'evasione riprende a girare sempre più veloce.

Un confronto fra il regalo italiano e i costi degli altri Paesi

http://www.nens.it/_public-file/Scudo%20fiscale%205.pdf

Lo scudo fiscale, varato dal governo su input del ministro dell'economia
Giulio Tremonti, prevede che gli italiani possano regolarizzare ricchezze
mobiliari (titoli, conti correnti, polizze e quant'altro) e patrimoni
immobiliari detenuti illegalmente all'estero e mai comunicati al fisco.
Per mettersi al sicuro basterà pagare una somma modesta. In particolare, i
contribuenti infedeli potranno aver salvo il portafoglio versando al fisco
il 50 per cento del rendimento teorico che i fondi detenuti illegalmente
all'estero avrebbero potuto produrre ogni anno. Il rendimento teorico è
fissato dalle stesse norme varate dal governo e dal Parlamento al 2 per
cento. E dunque il conto è presto fatto: per essere in regola si dovrà
pagare l'uno per cento l'anno dell'intero ammontare, per un periodo
massimo di cinque anni..
Per regolarizzare la propria posizione i contribuenti infedeli potranno
giovarsi del completo anonimato. Per legge il loro nome sarà gelosamente
custodito dagli intermediari bancari e finanziari ai quali sarà affidata
l'operazione. E nessun altro intervento fiscale potranno subire da quel
momento in poi sulle ricchezze messe in regola. Solo gli eventuali reati
penali connessi a quei fondi (oltre ai reati di omessa e infedele
dichiarazione ) potrebbero essere perseguiti, semmai li si scoprirà data
la condizione di anonimato.
Lo scudo fiscale italiano si inserisce nell'ambito di una vasta azione
intrapresa da diversi Stati nei confronti dei paradisi fiscali, come ha
segnalato più volte il ministro Tremonti e come hanno riportato
puntualmente quotidiani, agenzie di stampa, radio e telegiornali. Ma è
necessario chiarire un equivoco che ha aspetti clamorosi: l'intervento
italiano viene presentato come un atto di battaglia contro l'evasione
fiscale e i paradisi fiscali, una lotta a muso duro da fare fianco a
fianco insieme ai principali partner europei e americani. Ma la realtà
appare un po' diversa se si mettono a confronto, punto per punto, le norme
italiane con quelle approvate da altri Stati. Se si studiano bene le
procedure, le somme da versare e le regole sull'anonimato si scopre che lo
scudo fiscale italiano sembra fatto apposta per favorire i contribuenti
infedeli. Una realtà che contraddice platealmente le affermazioni
attribuite dal Sole 24 Ore al ministro Giulio Tremonti, che in una
conferenza stampa tenuta a Bruxelles avrebbe assicurato che lo scudo
fiscale "più conveniente" è quello britannico.
Grande è dunque il bisogno di chiarezza e di informazioni su questi temi.
Per questo il Nens, in attesa di conoscere anche le decisioni ancora in
discussione a Berlino, ha sintetizzato (riportando la
fonte dove ognuno può verificare personalmente) che cosa prevedono, punto
per punto, gli scudi fiscali varati da Usa, Francia e Gran Bretagna. Ed ha
anche fatto, come si può verificare nella tabella 1 alla fine, il
confronto sulle somme da pagare per ogni 100 euro da regolarizzare in
Italia, Usa, Gran Bretagna. La differenza è abissale.
Stati Uniti
Revised IRS Voluntary Disclosure Practic(Documenti dal sito www.irs.gov)
1. L'autodenuncia è volontaria (voluntary disclosure) e non garantisce
l'immunità quando il reddito trae origine da fonti illecite.
2. L'autodenuncia volontaria consegue i propri effetti solo quando la
"comunicazione" è veritiera, tempestiva (precedente l'inizio di
controlli), completa e quando:
- il contribuente mostra la volontà di cooperare, e nei fatti coopera, con
IRS per determinare correttamente il proprio debito tributario
- il contribuente si impegna a pagare tutte le imposte e gli interessi e
le sanzioni come stabilite da IRS.
3. Ciascun contribuente che contatta personalmente o attraverso un proprio
rappresentante in relazione all'autodenuncia sarà indirizzato to Criminal
Investigation per la valutazione dell'autodenuncia.
4. Le richieste anonime non sono ammesse. Entro il 23 settembre, ogni
contribuente che si denuncia comunica gli estremi dei suoi conti e le
modalità con cui ha evaso. Questo crea una rete di informazioni vasta.
Tanto che un nuovo faro è stato acceso su Credit Suisse , Jiulius Baer,
Kantonalbank, Union Banciare Privee, oltre un'altra decina di istituti
europei.
5. Quanto si paga. Sul sito è disponibile anche la Guida del 25.8.2009
"Voluntary Disclosure. Questions and Answers". Contiene una serie di
simulazioni sulle penalità applicabili. (in genere, oltre alle imposte
ordinarie dovute, si paga una imposta dell'1,75 per cento all'anno sul
capitale inizialmente espatriato, una sanzione del 20 per cento di tale
imposta, e una addizionale del 20 per cento sul capitale iniziale
aumentato degli interessi virtuali riscossi nei paradisi fiscali.1
1 http://www.irs.gov/newsroom/article/0,,id=210027,00.html.
Francia
Regularisation des avoirs à l'etrangèr. La cellule de regularisation
(Documenti sul sito de La Direction Generale des Finances pubbliques,
www.impots.gouv.fr )
1. La regolarizzazione è disposta in via amministrativa. E' stata
istituita dalla direzione generale delle imposte "La cellule de
regularisation" che accoglie i residenti francesi che detengono attività
non dichiarate nei paradisi fiscali,
2. La regolarizzazione non consente l'anonimato, richiede il pagamento di
imposte interessi e sanzioni amministrative.
3. Le sanzioni, da concordare con l'amministrazione, possono arrivare fino
all'80 per cento delle imposte evase. In genere si attestano sul 15-20 per
cento, oltre al pagamento delle tasse evase suegli interessi.
4. La regolarizzazione evita solo le conseguenze penali e comporta
normalmente, a seconda dei casi, una riduzione delle sanzioni
amministrative. La Cellule de regularisation:
"Cette regularisation, qui n'est en rien une amnistie fiscale, permetta
aux contribuables concernés de se mettre en conformità avec les regles
fiscales e d'eviter ainsi d'eventuelles poursuites pénales"
(Questa regolarizzazione, che non è per niente una amnistia fiscale,
permetterà ai contribuenti interessati di mettersi in regola con le regole
fiscali e di evitare così le eventuali conseguenze penali).
5. I contribuenti interessati. I residenti in Francia che detengono averi
(conti correnti, depositi, titoli o attivi diversi…) nei paradisi fiscali
non dichiarati
6. Modalità di regolarizzazione. Due i passaggi.
- "paiement immediat des impots dus à raison de ces avoirs (impost sur le
revenue, impot de solidarieté sur la fortune, droits de succession) dans
la limite de la prescription legale" (pagamento immediato delle imposte
dovute in relazione a questi averi (imposte sul reddito, imposta sul
patrimonio, diritti di successione) nei limiti della prescrizione legale)
- "application des interets de retard et de penalités (applicazione di
interessi di mora e sanzioni)
7. Condizioni per la regolarizzazione
- origine lecita dei fondi (le somme non devono provenire da attività
illegali, criminali, terroristiche…)
- presentazione della domanda prima della scadenza del termine.
Regno Unito
New Disclosure Opportunity (NDO)
(Documenti sul sito www.hmrc.gov.uk)
1. La HM Revenues & Customs (HMRC), l'amministrazione fiscale del Regno
Unito, consente ai contribuenti una New Disclosure Opportunity (NDO) dopo
la Offshore Disclosure Opportunity (ODF) del 2007. L'opportunità è offerta
per un periodo limitato, dal 1 settembre 2009 al 12 marzo 2010.
2. Non è ammesso l'anonimato. Anzi è prevista addirittura la pubblicazione
dei nomi dei contribuenti che hanno commesso gli illeciti più rilevanti.
3. Che cosa si paga. E' previsto il pagamento di tutte le imposte sui
redditi (più gli interessi) relative ai rendimenti delle attività non
dichiarate (e non relative allo stock delle attività) per 20 anni, ridotti
a 10 in caso di attività detenute con il Liechtenstein con cui è stato
firmato un accordo ad hoc.
4. Le sanzioni. Sanzioni ridotte al 10 per cento delle imposte dovute, in
luogo del 50 per cento (ovvero ridotte al 20 per cento se il contribuente
è un soggetto cui HMRC aveva comunicato la possibilità di avvalersi
dell'ODF e non lo aveva fatto).
5. Le condizioni. E'necessario "a full disclosure of all underclared
liabilities, not just those connected with an offshore account or asset"
(una piena autodenuncia di tutti i debiti fiscali non dichiarati, e non
solo di quelli relativi a conti o attività offshore)
Infine, ecco il confronto fra i costi che, in Italia, in Gran Bretagna e
negli Stati Uniti, dovranno sostenere i contribuenti per sanare la propria
situazione: La Tabella 1 evidenzia le differenze di
costo per 100 euro di capitale evaso e detenuto illecitamente all'estero:

In sintesi, per sanare 100 euro di capitali evasi e detenuti all'estero,
nel Regno Unito e negli USA si pagano circa 50 euro, in Italia, si pagano
al massimo 5 euro. Se fossero stati regolarmente dichiarati, i 100 euro di
redditi evasi dagli italiani avrebbero dovuto pagare imposte ordinarie
intorno ai 43 euro.
Inoltre, va sottolineato che il ritardo con il quale l'Italia procede
nella rinegoziazione degli accordi con i paradisi fiscali intenzionati ad
uscire dalla black list dell'Ocse compromette il risultato. Per uscire
dalla black list, i Paesi in essa presenti devono rinegoziare accordi di
scambio di informazioni con almeno 12 Paesi. In molti casi, ad esempio
Svizzera, le negoziazioni si sono concluse o sono in corso con un numero
di Paesi superiore a 12. Pertanto, quando sarà il turno dell'Italia, il
nostro potere negoziale sarà infimo dato che l'obiettivo perseguito dal
Paese-paradiso fiscale è già stato raggiunto. L'atteggiamento
rinunciatario nei confronti dei paradisi fiscali spiega il costo così
modesto chiesto per la sanatoria all'evasore italiano. In altri termini,
tanto più è efficace la negoziazione e più ampio il varco aperto nel
segreto bancario, tanto più elevato può essere l'onere per la
regolarizzazione.
Infine, rischia addirittura di cadere anche la "scusa nobile" di condonare
gli evasori al fine di far ritornare i capitali condonati in Italia e
sostenere gli investimenti delle imprese in una difficilissima fase di
crisi. Infatti, nei giorni scorsi, diversi quotidiani hanno riportato
alcuni rumors secondo i quali al ministero dell'Economia ora si penserebbe
di estendere la possibilità di regolarizzare i capitali mobili anche senza
rimpatriarli (come negli scudi-condoni del 2002 e 2003) oltre l'ambito dei
27 paesi dell'Unione Europea.
Insomma, oltre al danno la beffa. Prima sono stati cancellati i principali
provvedimenti anti-evasione e sono state ridotte le sanzioni. Adesso è
arrivato il condono a prezzi da saldo. E così la giostra dell'evasione
riprende a girare sempre più veloce.

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I veri amici del terrore.

I veri amici del terrore.

Video By Ted Honderich

"Che differenza c'e' tra l'orrore e la violenza arrecate dagli attentatori
kamikaze, e l'orrore e la violenza arrrecate dalle bombe sganciate da
aereoplani a10.000 metri di altezza? [What is the difference between the
horror and the violence created by suicide bombers and the horror and the
violence created by bombs dropped from 30,000 feet by airplanes?]"
http://www.informationclearinghouse.info/article15080.htm


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12 settembre 2009

RICICLAGGIO AL CASINÒ

RICICLAGGIO AL CASINÒ
di Mario Centorrino 11.09.2009
www.lavoce.info

Nuovi strumenti e nuove norme per combattere le organizzazioni mafiose?
Forse, basterebbe non rimandare in continuazione l'entrata in vigore di
quelle già esistenti. Come la legge che impone l'identificazione e la
registrazione di chi cambia somme superiori ai duemila euro nei casinò e
nelle sale da gioco. Perché le indagini giudiziarie hanno dimostrato che
sono uno dei canali per il riciclaggio di denaro proveniente da estorsioni
e commercio di droga.

Nuovi strumenti contro le organizzazioni mafiose, annunzia il ministro
degli Interni, Roberto Maroni. Ma, nel frattempo, si rinvia l'applicazione
in Italia di norme varate nel 2005 dall'Unione Europea per regolamentare
le case da gioco e impedire il loro utilizzo come occasione per il
riciclaggio del denaro sporco.

UNA FICHE IN CAMBIO DI DENARO SPORCO

In che modo può avvenire questo tipo di operazione? Un giocatore al casinò
è obbligato a comprare delle fiches e solo con queste proporre le sue
puntate e accumulare eventuali vincite. Una volta concluso il gioco,
presentandosi alla cassa, si otterranno, in cambio delle fiches, assegni
circolari o contanti. Chi è interessato a riciclare denaro può limitarsi a
giocare pochi euro rispetto alla somma scambiata e ritornarne in possesso
avendola, grazie all'anonimato, convenientemente ripulita, senza lasciare
alcuna traccia. Indagini giudiziarie hanno accertato come questa la fosse
familiare soprattutto per il denaro ricavato dal commercio della droga.
(1) E, nel settembre 2006, una inchiesta della Dda condusse all'arresto di
tredici boss mafiosi che riciclavano al casinò di Saint Vincent denaro
proveniente dalle estorsioni e dai traffici illeciti. (2)
Sulla scia di una legge comunitaria del 2005, recepita dal governo
italiano il primo gennaio 2008, veniva posto un limite piuttosto severo:
chiunque cambiava denaro in una casa da gioco per una somma superiore ai
2mila euro (prima l'obbligo scattava a 12.500 euro) doveva essere
identificato e registrato. L'entrata in vigore della norma era previsto
per l'aprile del 2008, così da introdurre fiches intelligenti, predisposte
per essere registrate informaticamente dai cassieri del casinò. Un sistema
semplice che, veniva annotato, non avrebbe causato oneri per le case da
gioco né perdite di tempo per i giocatori.
Immediate le proteste dei gestori dei casinò italiani. La norma, si
obiettò, poteva essere raggirata da operazioni frazionate inferiori ai
2mila euro, risultava punitiva soltanto per una tipologia di gioco
d'azzardo e risparmiava sale poker, sale bingo e sale per le scommesse
clandestine. C'era poi il rischio – veniva lamentato – della concorrenza
rappresentata dalle case da gioco extraeuropee, come quelle della
Svizzera, facilmente accessibili per gli italiani.
Sono state queste proteste, forse, a convincere il governo Berlusconi
dell'opportunità di rinviare ulteriormente, al 21 aprile 2010, il termine
imposto ai casinò per introdurre nuovi controlli e le registrazioni per
chi cambia più di 2mila euro contanti.
Oggi, mentre si è alla ricerca di nuovi e più efficaci strumenti per
combattere le organizzazioni mafiose, continua, dunque, a esistere la
possibilità di riciclare somme illecitamente accumulate nei casinò (e
nelle altre sale da gioco).
C'è bisogno di altre norme per combattere la mafia o basterebbe non
rinviare l'entrata in vigore di quelle che già esistono? E dire che
proprio in nome della lotta al riciclaggio si vieta l'apertura di nuovi
casinò.


(1)La Repubblica, 18 agosto 2009.
(2)La Repubblica, 26 settembre 2006.

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Tanzi dopo il crac è ancora cavaliere del lavoro

Tanzi dopo il crac è ancora cavaliere del lavoro a 6 anni dallo scandalo
Parmalat

http://www.corriere.it/cronache/09_settembre_11/calisto_tanzi_cavaliere_mario_gerevini_9286c93e-9e9c-11de-8a40-00144f02aabc.shtml

Non è il solo: a Poggiolini fu data, e mai revocata, la medaglia d'oro per
la sanità

MILANO — Sono passati quasi sei anni dal crac Parmalat. Un «buco » da 15
miliardi, 40 mila risparmiatori truffati, i bond di Collecchio sinonimo di
spazzatura. Insomma una storia che ha fatto il giro del mondo, insieme
alla faccia del cavalier Calisto Tanzi. Lui ha ammesso molte
responsabilità. Nove mesi fa è stato condannato in primo grado a Milano a
dieci anni per aggiotaggio e ostacolo alle attività di vigilanza. A Parma
ha patteggiato due anni per la bancarotta Eurolat. Il processo principale
sulla bancarotta del gruppo è in corso.

Il cavalier Calisto è il simbolo di questo storico crac. Cavaliere? Sì,
per lo Stato italiano Tanzi è tuttora degno del titolo di Cavaliere del
Lavoro: l'onorificenza non gli è stata revocata né la pratica, a quanto
pare, è stata avviata. E il suo nome, insieme a quello di migliaia di
italiani benemeriti, compare negli elenchi tenuti «in continuo
aggiornamento» dalla Presidenza della Repubblica. Un Cavaliere del Lavoro
è un uomo, dice la legge 194 del 1986, che tra l'altro deve «aver tenuto
una specchiata condotta civile e sociale» e «non aver svolto né in Italia
né all'estero attività economiche lesive dell'economia nazionale». Come
Tanzi, evidentemente. Dunque mentre Bernard Madoff in otto mesi è passato
dalle stelle alle celle, il nostro «campione» nazionale dopo sei anni è
ancora Cavaliere del Lavoro. Non è tutto, Tanzi gode ancora di un'altra
onorificenza ufficiale della Repubblica: la medaglia d'oro (ci sono anche
argento e bronzo) ai benemeriti della cultura e dell'arte che «premia – è
la motivazione formale – quanti hanno illustrato la Nazione», in questi
campi. Ma che ha fatto? La qualifica è «mecenate ». Mecenate? Forse con i
soldi degli altri, e mai restituiti.

Scartabellando negli archivi si scopre che l'ex patron di Collecchio dopo
il cavalierato del 1984 e la medaglia d'oro del 1988, ha conquistato nel
1999, anno di faticosissimo lavoro per truffare mezzo mondo, anche il
titolo di «Cavaliere di Gran Croce dell' Ordine al Merito della Repubblica
Italiana». Fra gli Ordini nazionali è il più importante ed è destinato a
«ricompensare benemerenze acquisite verso la Nazione …». Insomma la
Nazione ringrazia il cavaliere nonché medaglia d'oro Calisto Tanzi.
Grazie. I titoli sono sempre lì, validi, attuali, belli in vista mai
revocati. Eppure la procedura per indegnità è espressamente prevista.
«Incorre nella perdita dell'onorificenza l'insignito che se ne renda
indegno», dicono le norme. Ogni ordine potrebbe attivare autonomamente
l'iter decisionale interno solo che, in realtà, tutti aspettano per prassi
una condanna penale definitiva, con i tempi conseguenti (anche se non
necessariamente l'indegnità è sinonimo di grave reato). Alla fine scatta
il decreto di revoca del Presidente della Repubblica. Nella giungla delle
benemerenze di Stato c'è di tutto. Per esempio un Roberto Calvi (Banco
Ambrosiano), Cavaliere del lavoro e «Medaglia d'oro ai benemeriti della
scuola della cultura e dell'arte». Ma è morto e ai morti i titoli non si
revocano. È il caso del Cavaliere di Gran Croce generale Giovanni De
Lorenzo (il «golpista » del «Piano Solo») o di alcuni presunti boss
mafiosi oppure di Umberto Ortolani. Il braccio destro di Licio Gelli nella
loggia P2 è scomparso nel 2002 e chissà se è mai stato privato del titolo
di «Grande Ufficiale al merito della Repubblica» o se ha portato la
medaglietta verde nella tomba. Intanto il Vaticano l'aveva cancellato
dalla lista dei «Gentiluomini di Sua Santità», il più alto riconoscimento
per un laico. Forse in Italia nessuno come Duilio Poggiolini, il boss
della malasanità, l'uomo dei lingotti d'oro, incarna meglio la figura del
«delinquente di Stato». Oggi è imputato nel processo napoletano sul plasma
infetto che avrebbe causato 2.605 morti tra il 1985 e il 2008. Anni fa,
nella tangentopoli sanitaria, quando gli perquisirono la casa impiegarono
dodici ore a catalogare il tesoro, nascosto anche nei materassi e nel
pouf. Appeso alla parete aveva il titolo di Grande ufficiale al merito
della Repubblica, quello «destinato a ricompensare benemerenze acquisite
verso la Nazione». Non risulta che gli sia stato revocato. Ma l'apoteosi è
quel riconoscimento (1977) di «Benemerito della salute pubblica» con il
grado più alto: «Medaglia d'oro al merito della sanità pubblica». A Duilio
Poggiolini.

Mario Gerevini
11 settembre 2009
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Decidere se qualunque persona è adatta o inadatta a guidare il governo

Decidere se qualunque persona è adatta o inadatta a guidare il governo è
compito degli elettori.

http://www.corriere.it/editoriali/09_settembre_07/dellaloggia_8246af0e-9b6c-11de-88f0-00144f02aabc.shtml

(....) [testo completo nel sito soopra indicato]
Da questo punto di vista, dunque, l'iniziativa del presidente del
Consiglio, accompagnata per giunta dalla richiesta di un risarcimento
astronomico, è sbagliata e riprovevole: essa ha di fatto un innegabile
contenuto di intimidazione censoria verso i giornali presi di mira. Con la
stessa sicurezza, però, si può dubitare fortemente che rientri tra i
compiti della libera stampa l'organizzazione di interminabili, feroci
campagne giornalistiche, non già per invocare - come sarebbe sacrosanto -
che i reati eventualmente commessi dal presidente del Consiglio siano
perseguiti (dal momento che nel suo libertinismo di reati non sembra
esservi almeno finora traccia), ma per chiedere di fatto le sue
dimissioni, adducendo che egli sarebbe comunque, per il suo stile di vita,
«inadatto» a ricoprire la carica che ricopre. In una democrazia, fino a
prova contraria, decidere se qualunque persona è adatta o inadatta a
guidare il governo, non è compito dei giornali: è compito degli elettori e
soltanto degli elettori. Anche se la loro decisione può non piacere.

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I costi della società parallela

I costi della società parallela

di Carlo Trigilia, 7 settembre 2009
http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/dossier/Italia/2009/commenti-sole-24-ore/07-settembre-2009/costi-societa-parallela.shtml?uuid=c1c68f80-9b78-11de-98f3-411cb44e52e1

Se si gira per il centro di Palermo, o di altri grandi città meridionali,
si resta colpiti dai livelli di consumo: negozi di lusso, auto di grossa
cilindrata, locali alla moda. Con le debite differenze spesso la stessa
sensazione può cogliere chi si trova a passeggiare per centri minori.
Forte appare poi il contrasto tra la ricchezza privata e la povertà di
servizi pubblici e attrezzature collettive. Naturalmente, ciò non vuol
dire che non esistano situazioni di forte disagio economico e sociale,
specie nelle periferie urbane. Nel complesso, però, risulta difficile
conciliare queste immagini quotidiane con i dati che ci vengono dalle
statistiche sui redditi dichiarati al fisco. Come si può spiegare questo
contrasto?

Il confronto tra redditi dichiarati e i consumi per abitante - proposto
dal Sole 24 Ore - conferma che non si tratta di un'immagine
impressionistica ma di una divaricazione reale, particolarmente evidente
in alcune regioni del Sud. Certo, lo scarto tra redditi dichiarati e
consumi è anche influenzato da altri fattori, tra cui i beni consumati dai
turisti, le rimesse degli emigranti, l'uso del risparmio o il ricorso al
debito, oltre che la tendenza a evadere. Ma quando si arriva a differenze
di oltre il 35%, come speso accade nel Sud, è evidente che ci troviamo in
presenza di un circuito economico-sociale alternativo a quello legale: una
sorta di società parallela, anche se strettamente legata a quella visibile.

Del resto, è significativo che le stesse regioni si segnalino per la più
ampia diffusione del lavoro non regolare (che raggiunge punte di oltre il
20%, e nel Mezzogiorno è il doppio del Centro-Nord), e per il maggior
radicamento dell'economia criminale.

Per spiegare questo circuito economico-sociale alternativo - che evade il
fisco, ma anche la normativa sul lavoro, o quella sulla sicurezza e
sull'inquinamento - il punto di partenza non può che essere l'intervento
pubblico. A prima vista, può sembrare strano che venga chiamato in causa
il modo in cui funzionano le istituzioni politiche. Molti potrebbero
pensare che la diffusione dell'economia sommersa non sia che l'effetto di
una situazione di sottosviluppo economico, come accade in molti paesi
arretrati. Ma non è del tutto vero per il Sud.

Da oltre 50 anni, infatti, il settore pubblico trasferisce al Sud più
risorse di quante ne riceva, con l'obiettivo di aiutare lo sviluppo.
Eppure, paradossalmente, sono cresciuti i consumi, alimentati da una
diffusa economia sommersa, ma non uno sviluppo autonomo.

Il fatto è che i trasferimenti pubblici da soluzione si sono trasformati
in problema. La classe politica locale e regionale si è trovata a gestire
risorse crescenti in un quadro di fragilità storica della società civile e
di debolezza della cultura civica. In questa situazione, il consenso
politico si è basato sull'assistenzialismo e sul clientelismo: sulla
tendenza a distribuire benefici particolari piuttosto che offrire beni e
servizi collettivi.

Le conseguenze sono state rilevanti, perché non solo non si sono
rafforzate adeguatamente attività capaci di stare mercato, ma si è
determinato l'effetto perverso di favorire l'economia sommersa e la sua
componente criminale. Come è potuto accadere?

Le attività imprenditoriali sane hanno incontrato forti difficoltà a
svilupparsi per carenza di infrastrutture e servizi, inefficienza e
arbitrarietà delle amministrazioni pubbliche. Per fortuna, in molte aree
del Sud, iniziative capaci di stare sul mercato sono cresciute, ma tra
notevoli difficoltà e non in misura tale da poter assorbire il bisogno di
occupazione. Da qui un primo fattore: un'ampia offerta disponibile ad
accettare lavoro nero o addirittura criminale (una via percorsa da molti
giovani). A questa componente se ne aggiunge un'altra particolarmente
presente al Sud: una vasta area di dipendenti del settore pubblico, spesso
precari, con remunerazioni molto basse o sussidi assistenziali, che
integrano il loro reddito con attività in nero. Ma chi utilizza queste
risorse lavorative?

Anzitutto, una piccola imprenditorialità operante soprattutto nel settore
dei servizi a bassa produttività (commercio, alberghi, ristoranti, altri
servizi alle persone), per i quali lavoro nero e evasione fiscale sono
requisiti strutturali per stare sul mercato; ma diffusa anche nelle
costruzioni, in agricoltura, e in misura minore nel manifatturiero.

L'altro grande protagonista è la criminalità organizzata, specie nelle
regioni dove più forte è lo scarto tra redditi dichiarati e consumi.
Queste sono le aree dove vecchie tradizioni di imprenditorialità criminale
si sono modernizzate in stretto rapporto con una pubblica amministrazione
debole e più permeabile alla corruzione. Si tratta, appunto, di Calabria,
Sicilia, Campania e Puglia. Non a caso sono queste le aree dove appare più
forte il contrasto tra consumi privati e squallore pubblico.

trigilia@unifi.it 7 settembre 2009
© RIPRODUZIONE RISERVATA


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La madre delle rivoluzioni e della delinquenza e' la poverta'.

"La madre delle rivoluzioni e della delinquenza e' la poverta'."
(Aristotele, 384 aC-322 aC)
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Profezia degli indiani Cree

Profezia degli indiani Cree: "Solo quando avrete tagliato l'ultimo
albero, avvelenato l'ultimo fiume, catturato l'ultimo pesce, solo allora
capirete che il denaro non si può mangiare."
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Nature: Mani Pulite, prego

Nature: Mani Pulite, prego

Il governo italiano deve mantenere una cauta distanza dall' industria.
http://www.facebook.com/note.php?note_id=130161984239&id=76372150336&ref=nf

Quindici anni orsono, all' apice della campagna anticorruzione italiana
'Mani Pulite', la polizia irruppe in casa di Duilio Poggiolini, capo del
comitato nazionale per la registrazione dei farmaci, e scoprì lingotti d'
oro sotto le assi del pavimento. Per molti italiani l' immagine di quei
luccicanti lingotti ancora risuona - un simbolo duraturo di un tempo in
cui personalità del governo ("government officals", n.d.t.) , fino al
ministro della salute incluso, ricevevano abitudinalmente mazzette dall'
industria farmaceutica per approvare dei farmaci e fissare i loro prezzi.

Vennero prese delle misure (lett. "dei passi vennero fatti", n.d.t.) per
evitare che una situazione simile accadesse di nuovo. Quindi è
preoccupante che Nello Martini, un farmacista senza legami con la
politica, sia stato destituito dal nuovo governo del Primo Ministro Silvio
Berlusconi dalla direzione dell' AIFA, l' agenzia autonoma creata nel 2004
per registrare i farmaci e supervisionare il loro utilizzo. Martini ha
portato a termine con successo il mandato di limitare la spesa
spiraleggiante (con una crescita a spirale, suppongo. n.d.t.) al 13 % del
budget totale per la salute. Ma nel processo è incappato nell' ira dell'
industria. Solo alcune settimane fa i pubblici ministeri di Torino
("government prosecutors", n.d.t.) hanno accusato Martini di 'Disastro
Colposo', cioè di aver 'non intenzionalmente causato un disastro', per i
ritardi burocratici nell' aggiornamento dei bugiardini di accompagnamento
di alcuni farmaci in merito agli effetti collaterali - sebbene nessuno
richiedesse più che una leggera riformulazione ("cambio di parole",
n.d.t.) del testo esistente.

Martini è stato sostituito a metà luglio dal microbiologo Guido Rasi, un
membro del C.d.A. dell' AIFA, che è stato descritto dalla stampa italiana
come vicino al partito di estrema destra Alleanza Nazionale, che fa parte
della coalizione di governo di Berlusconi. Ancora più preoccupantemente il
governo, che si è insediato a maggio, afferma di stare pianificando di
ridurre il potere dell' AIFA separando la decisione in merito al prezzo
dei farmaci dalle considerazione tecniche in merito alla loro efficacia,
riportando la decisione sui prezzi al ministero della salute e del welfare.

In un momento in cui tutte le nazioni stanno lottando per trovare un modo
per poter pagare medicinali di nuova generazione enormemente costosi all'
interno di budgets limitati questo ha pochissimo senso.
L' agenzia autonoma ha bisogno di essere in grado di integrare tutte le
informazioni tecnico-economiche se l' Italia deve far funzionare un
sistema sanitario economicamente produttivo ("cost-effective",n.d.t.).
Inoltre le connessioni tra il ministro della salute e del welfare e l'
industria sono spaventosamente strette ("uncomfortably close", n.d.t.).Per
esempio la moglie del ministro Maurizio Sacconi è la direttrice generale
di Farmindustria, l' associazione che promuove gli interessi dell'
industria farmaceutica.

In effetti il governo Berlusconi ha mostrato sconvolgenti tendenze a
permettere che interessi industriali guadagnassero influenza sulle agenzie
statali. Alcune settimane dopo il congedo di Martini, l' agenzia spaziale
italiana è stata posta nelle mani di un commissario che capeggia la
divisione spazio del gigante aerospaziale Finmeccanica. Il governo
dovrebbe pensare due volte se vuole veramente aprire la porta che era
stata deliberatamente chiusa dopo l' affare Poggiolini.

Articolo originale:
http://www.nature.com/nature/journal/v454/n7205/full/454667b.html

Si ringrazia Gianluca per la traduzione

http://protesta-univr.blogspot.com/2009/09/nature-mani-pulite-prego.html

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L'arroganza dell'industria automobilistica

L'arroganza dell'industria automobilistica

http://www.greenreport.it/_new/index.php?page=default&id=897

ROMA. Fra settembre e ottobre l'Unione europea presenterà una bozza di
regolamentazione per ridurre le emissioni di CO2 dai veicoli commerciali e
mini van, che fa seguito agli standard di efficienza energetica per le
automobili ad uso privato già introdotti lo scorso anno.
Benché si tratti di un piano molto cauto, frutto di un compromesso con
l'industria automobilistica l'Associazione Europea costruttori di
automobili (ACEA) sembra deciso ad affossarla. Secondo l'ACEA fino a
quando c'è la crisi, di ridurre le emissioni di CO2 non se ne parla
nemmeno. Ma anche se la crisi dovesse passare, ridurre le emissioni resta
una richiesta irrealistica: la proposta della Commissione Europea
richiederebbe da 5 a 7 anni per progettare e mettere in produzioni veicoli
che rispettino i limiti di cui si parla nel documento.

«Ancora una volta, una irragionevole levata di scudi, il cui unico fine è
ottenere tempo, deroghe, e leggi poco chiare o deboli» ha dichiarato
Daniel Monetti, responsabile della campagna trasporti di Terra! - Ma
adesso questa risposta comincia a suonare davvero vecchia e seccante: è la
stessa dal 1990, da quando si è iniziato a parlare di standard ambientali
per le automobili».

Ma le richieste della Commissione sono davvero "insostenibili"? Sembra
proprio di no. Nei due anni passati, le emissioni delle autovetture diesel
sono diminuite del 25%, eppure i prezzi non sono saliti. Delle due l'una:
o i prezzi stimati sono gonfiati, o le autovetture sono state vendute
sottocosto. In realtà le tecnologie per la riduzione delle emissioni ci
sono già, come ad esempio la tecnologia 'start and stop' o la riduzione
della potenza dei motori. Certo non richiedono sette anni per essere messe
in produzione, in un settore che fa dell'innovazione la chiave di volta
delle vendite.

«Questo atteggiamento di continuo rifiuto suona ignorante e irrispettoso
nei confronti dei consumatori, ed è una vera e propria presa in giro
dell'Unione Europea, che attraverso la Banca Centrale, ha appena concesso
attraverso i lauti finanziamenti ai produttori di auto, giustificati come
sostegno alla ricerca per l'efficienza energetica e le propulsioni
alternative. Questo denaro si aggiunge ai finanziamenti ricevuti dai
governi per fronteggiare la crisi. Sarebbe davvero ora che tutti i
cittadini europei che hanno pagato di tasca loro le sovvenzioni, ricevano
qualcosa in cambio: consumi più bassi e meno emissioni» ha concluso
Monetti.

Terra!, associazione ambientalista
[ 9 settembre 2009 ] Economia ecologica | Mobilità sostenibile


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L'attivismo militare italiano è fallimentare

«L'attivismo militare italiano è fallimentare»

Il generale Fabio Mini
http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/argomenti/numero/20090903/pagina/09/pezzo/258943/

Al generale Fabio Mini, ex comandante della Nato in Kosovo, esperto di
crisi internazionali - collabora con LiMes - e che più volte è intervenuto
sulle ambiguità della missione militare italiana in Afghanistan, abbiamo
rivolto alcune domande.
Che fine hanno fatto le elezioni afghane? Erano un «successo», ora la
leadership di Hamid Karzai e la coalizione militare occidentale che occupa
il paese da otto anni, temono i risultati. Non riescono più a nascondere
le basse percentuali dei votanti e la valanga dei brogli...
Le elezioni afghane saranno presentate come un successo, a prescindere dal
loro esito. In questo campo ormai da anni assistiamo alla più grande
mistificazione della democrazia. Le elezioni servono soltanto a
giustificare un sistema e non a registrare la volontà popolare. Queste
elezioni afghane sono ancor più mistificatorie perché finiranno per
legittimare il vecchio potere del quale non si vogliono riconoscere né le
debolezze né le alternative. Di fatto si finirà per ignorare il vero
risultato delle elezioni che si può sintetizzare in questi punti: 1. La
gente non è andata a votare sia perché impaurita sia perché insoddisfatta.
2. Hanno vinto la paura, l'inefficienza, l'insicurezza, la stanchezza di
una guerra che nessuno capisce e approva più. 3. Hanno perso le
prospettive di stabilizzazione basate esclusivamente sulla forza militare
e hanno perso le strategie della forza tecnologica, esterna e distante
dalle esigenze elementari della gente. 4. Hanno vinto le ingerenze
pakistane e iraniane soltanto perché si presentano come antagoniste a
quelle occidentali e questo dovrebbe far riflettere sul grado di consenso
che riscuotono le politiche finora imposte dagli americani e dalla Nato.
5. Hanno vinto le spinte centrifughe specialmente perché non si è ancora
capito che in Afghanistan nessuno vuole e nessuno è in grado di costituire
e gestire un centro qualsiasi, tantomeno se questo porta soltanto maggior
conflittualità interna e nessun beneficio economico e sociale. Attribuire
questi risultati alla forza residua di Al Qaeda o a quella rinascente dei
Talebani è una semplificazione altrettanto mistificatoria: in realtà la
politica dell'occupazione militare sta favorendo una nuova guerra civile e
l'eventuale forza di Al Qaeda e dei Talebani sono la conseguenza e non la
causa di questo errore d'impostazione politico-startegica.
Il generale Usa McChrystal, a capo delle forze Nato/Isaf ammette in un
rapporto, inviato al comandante supremo Petraeus e alla Casa bianca, che
«la strategia militare Usa in Afghanistan non funziona». Qual è il suo
giudizio e che fine fa la cosiddetta «nuova strategia» di Obama che
annuncia un maggiore impegno civile ma intanto invia migliaia di nuovi
soldati americani? E quale segnale manda alla Nato il rapporto Usa?
Il presidente Obama ha sposato un approccio all'Afghanistan chiaramente
orientato al disimpegno dall'Iraq. Pensava che ci fosse una guerra sporca,
quella irachena, che potesse essere emendata da una guerra pulita, quella
afghana. Il suo piano complessivo d'integrazione militare e civile avrebbe
potuto funzionare, ma con meno truppe e maggiore impegno civile e non con
l'invio di quei militari che ormai si rifiutano di andare in Iraq.
L'appello di Mc Chrystal è genuino, ma altrettanto vera è la constatazione
che l'Afghanistan ha bisogno di approcci diversi a tutti i tipi di guerre
che americani e Nato hanno condotto finora. Purtroppo in questi ultimi
otto anni nessuno ha imparato niente dalle guerre fatte. E questa
incapacità d'imparare dagli errori precedenti si manifesta quando le
guerre sono ormai irrimediabilmente perdute. La posizione della Nato è
diversa da quella americana: Obama lotta per dare un senso politico e
strategico ad una guerra tatticamente perduta, la Nato lotta per tenere
insieme un'alleanza fradicia di sudore e fatica, e se ne frega della
perdita o della vittoria e persino delle vittime che questo comporta. Non
so se il gioco vale la candela.
Non è paradossale che l'ammissione Usa di fallimento della guerra avvenga
nel momento in cui l'Italia ha inviato nuove truppe - che ormai combattono
- e i Tornado da bombardamento (con i cannoncini «precisi», dicono i
vertici militari)? Mentre Frattini e La Russa chiedono una modifica
dell'ingaggio «per fare la guerra allo scopo d'implementare la pace», fino
ad una modifica dell'articolo 11 della Costituzione...
La posizione italiana è contraddittoria come quella dei paesi che hanno
aderito all'iniziativa di Bonn credendo di dover stabilizzare il paese e
si sono trovati invischiati in una guerra che sanno di non poter vincere
solo con i cannoni o i Tornado. Il giochetto di negare che la guerra
esiste non funziona più. Se ne sono accorti tutti. Ora bisognerebbe
convincere i nostri governanti che tutto questo attivismo militare
svincolato da un piano di recupero dell'equilibrio di forze interne, unico
collante possibile, è destinato a provocare una nuova ed infinita guerra
civile afghana con le forze straniere schierate ora da una parte e poi,
forse, dall'altra. Se questo è ciò che si vuole, buon lavoro.


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Vaccini pericolosissimi?

Vaccini pericolosissimi?

Mer 2 Set 2009 7:16 pm


(Redirected by "Laboratorio Eudemonia" <eulab@hyperlinker.com>)

*********** redirected message beginning ***********

Un interessante documento dal Brasile che mi sono permessa di tradurre in
italiano:

Approposito di influenza suina…

…c'è sempre un interesse mascherato…

L'IRONIA NEL SUO MIGLIOR STILE

2000 persone contraggono l'influenza suina e ci si mette la mascherina…

25 milioni di persone con AIDS e non ci si mette il preservativo…

PANDEMIA DI LUCRO

Che interessi economici si muovono dietro l'influenza suina?

Nel mondo, ogni anno, muoiono milioni di persone, vittime della malaria,

i notiziari di questo non parlano…

Nel mondo, ogni anno muoiono due milioni di bambini per diarrea che si
potrebbe evitare con un semplice rimedio che costa 25 centesimi..

I notiziari di questo non parlano…

Polmonite e molte altre malattie curabili con vaccini economici, provocano
la morte di 10 milioni di persone ogni anno.

I notiziari di questo non parlano…

Ma quando comparve la famosa influenza dei polli… i notiziari mondiali si
inondarono di notizie… un'epidemia e più pericolosa di tutte, una pandemia!

Non si parlava d'altro, nonostante questa influenza causò la morte di 250
persone in 10 anni…

25 morti l'anno!!

L'influenza comune, uccide ogni anno mezzo milione di persone nel mondo.

…Mezzo milione contro 25.

E quindi perché un così grande scandalo con l'influenza dei polli?

Perché dietro questi polli c'era un "grande gallo".

La casa farmaceutica internazionale Roche con il suo famoso Tamiflu,
vendette milioni di dosi ai paesi asiatici.

Nonostante il vaccino fosse di dubbia efficacia, il governo britannico
comprò 14 milioni di dosi a scopo preventivo per la sua popolazione.

Con questa influenza, Roche e Relenza, ottennero milioni di dollari di
lucro.

Prima con i polli, adesso con i suini:

e così adesso è iniziata la psicosi dell'inflluenza suina. E tutti i
notiziari del mondo parlano di questo.

E allora viene da chiedersi: se dietro l'influenza dei polli c'era un
grande
gallo, non sarà che dietro l'influenza suina ci sia un "grande porco?".

L'impresa nord americana Gilead Sciences ha il brevetto del Tamiflu.

Il principale azionista di questa impresa è niente meno che un personaggio
sinistro, Donald Rumsfeld, segretario della difesa di Gorge Bush, artefice
della guerra contro l'Iraq…

Gli azionisti di Roche e Relenza si stanno fregando le mani… felici per la
nuova vendita milionaria.

La vera pandemia è il guadagno, gli enormi guadagni di questi mercenari
della salute…

Se l'influenza suina è così terribile come dicono i mezzi di informazione,
se la Organizzazione Mondiale della Salute (diretta dalla cinese Margaret
Chan) è tanto preoccupata, perché non dichiara un problema di salute
pubblica mondiale e autorizza la produzione farmaci generici per
combatterla?

DIFFONDI QUESTO MESSAGGIO COME SE SI TRATTASSE DI UN VACCINO, PERCHE' TUTTI
CONOSCANO LA REALTA' DI QUESTA "PANDEMIA".

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Videocracy: drammatico spaccato telesociale della società italiana

Videocracy: drammatico spaccato telesociale della società italiana

Irene Buscemi, 07 settembre 2009, 15:02
http://www.aprileonline.info/notizia.php?id=12810

Sia le televisioni commerciali che la tv di Stato hanno rifiutato di
mettere in onda il trailer del documentario di Erik Gandini presentato al
Festival del Cinema di Venezia che, pur non avendo pretese politiche,
mostra quello che la televisione ha fatto degli italiani

Immaginate una puntata del "Bagaglino". All'improvviso l'impasto si
sgonfia, il brillante sketch si rivela una grossolana pagliacciata. Di
colpo, sinuose curve da showgirl raggrinziscono. La musica si fa cupa e
scemano gli applausi. Questa è la sensazione che il docu-film di Erik
Gandini, Videocracy, lascia della televisione italiana. In generale del
nostro paese.
Gandini, bergamasco emigrato in Svezia alle età di 18 anni, ha girato
documentari come Gitmo- The new Rules of the war, sui detenuti di
Guantanamo e Surplus, sulla bulimia del consumismo. Con Videocracy, in
sala dal 4 settembre, presentato alla 66° Mostra Internazionale di Venezia
e distribuito dalla Fandango, Gandini torna in Italia, per raccontare la
"rivoluzione culturale" dalla televisione commerciale: un tripudio di
corpi nudi, sorrisi smaglianti, luci e paillettes.

Incollato alla scatola magica, Ricky sogna quel mondo perfetto: vive a
Bergamo, fa l'operaio, è disposto a tutto per centrare l'obiettivo. Solo
la tv potrebbe dargli donne, soldi e popolarità e lui non chiede altro.

Dal ragazzo bergamasco il docu-film ci porta, con un montaggio serrato,
dietro lo schermo, a parlare con quelli che la televisione la creano e la
vivono: benvenuti nella Costa Smeralda, nella villa di Lele Mora.

Inquadrature da angolazioni non ordinarie, a svelare lati nascosti. Primi
piani, dettagli, piani sequenze mostrano il lato grottesco del piccolo
schermo. Tutto si trasforma in un "film horror". Aspiranti veline con
vestitini succinti e show girl con tette al vento, viste da vicino,
diventano maschere mostruose. Potente la musica, firmata Johan Soderberg e
David Osterberg: senza i soliti stacchetti da hit-parade, ogni cosa sembra
diversa.

Il regista svedese dissacra la tv con le sue stesse armi. L' immagine
spodesta la parola. Si scorgono contrapposizioni tra favola e horror,
illusione e realtà. La plasticità e i colori caldi delle riprese
televisive si mescolano coi movimenti sporchi da documentario.

Voce narrante del film, Erik Gandini raccorda, come in una favoletta, le
storie, i personaggi, le scene che si intrecciano tra documentario e
repertorio televisivo. Tono pacato e affabile. Non dice nulla di fazioso,
parlano i protagonisti: come la vicina di Villa Certosa, una donna
attempata che vive nella scia dello splendore altrui, raccogliendo nel suo
blog le foto delle baldorie del Premier e delle star della televisione.
Oppure Berlusconi, con le sue dichiarazioni, i sorrisi perenni. A un certo
punto parte "meno male che Silvio c'è", lo spot pieno di sciampiste e
madri di famiglia che inneggiano al Presidente.

La camera entra in casa di Lele Mora, l'agente televisivo più potente
d'Italia, il Re Mida che con un sol tocco ti cambia la vita. Gandini dà
spago al disinibito Fabrizio Corona che rivela segreti intimi. Punta i
riflettori sull'esercito di invisibili, donne belle, brutte, grasse,
uomini smilzi e palestrati a caccia della celebrità e senza nessun pudore.

Lele Mora, Corona e i tanti aspiranti sembrano un'unica persona. Stesse
ambizioni, protagonismo e nessuno scrupolo, nessuna moralità. Tutti
stravedono per Berlusconi. L'inventore della scatola magica. L'
imprenditore che ha tagliato ogni traguardo. Il potente che ama la vita e
sa divertirsi. Ha plasmato la televisione a modo suo, un intero paese a
sua immagine e somiglianza.

Perché il trailer è stato boicottato da Rai e Mediaset? Il film non dà
giudizi e il trailer è innocuo. Videocracy è un'analisi sociologica per
immagini. Spiega cosa vuol dire vivere in un paese che è al 67° posto per
le pari opportunità, tutelate dall'ex showgirl Mara Carfagna. Dove l'80%
degli italiani usa come fonte d'informazione principale la televisione. Al
73° posto per libertà di stampa.

Ma la morale di questo diniego pare essere che se l'immagine televisiva
solitamente crea il potere, alcune immagini, nella loro pulita semplicità,
possono anche distruggerlo. E nessuno di quelli dentro la scatola magica
ha voglia di rompere il giocattolo, o di dare un dispiacere a papi.


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11 settembre 2009

Realtà e rappresentazione

Realtà e rappresentazione

di Gabriele Cazzulini, cazzulini@ragionpolitica.it; sabato 05 settembre
2009
http://www.ragionpolitica.it/cms/index.php?option=com_content&task=view&id=1822&

C'è un filo comune che attraversa le diverse campagne di diffamazione
contro il premier per unirle alle vecchie logiche di potere della prima
Repubblica. Può sembrare un collegamento troppo stirato, se gli occhi
restano fissi sulla cronaca del giorno per giorno. Ma da una grande
prospettiva acquista un significato completamente nuovo, insieme ad una
nuova spiegazione.

C'era una volta la prima Repubblica. Quante volte si è ripetuto che essa
era la patria delle ideologie... Da questo teorema si tragga ora la debita
conclusione: quelle ideologie erano la negazione della realtà. La prima
Repubblica, pur con differenti sfumature nell'arco della sua vita, si
basava su una scissione tra realtà e rappresentazione. Da una parte la
realtà del potere, custodito nel palazzo; dall'altra parte la
rappresentazione, l'immagine, di una realtà che non esisteva ma che veniva
non di meno propagandata nelle piazze: il progresso, l'antifascismo, la
democrazia, il voto, il parlamento. Retoriche di una politica che esisteva
soltanto nei discorsi. Quindi il potere era l'opposto della sua immagine,
perché l'immagine, cioè l'ideologia, doveva servire a nascondere e
perpetuare un potere scisso dal popolo. Il finale è noto: la disaffezione
degli elettori e la degenerazione delle oligarchie di partito hanno
segnato la fine della prima Repubblica italiana. E' la mistificazione,
l'alterazione, la distruzione della realtà per sostituirla con una realtà
immaginata. Le parole non sono casuali. Una realtà immaginata vuol dire
una realtà costruita con quelli che all'epoca erano i principali mezzi di
comunicazione: giornali e televisione. Guarda caso lo sono ancora oggi,
internet a parte. Ma sono cambiati due elementi fondamentali.

Il primo è proprio la comunicazione. Carta e video devono convivere con il
web e un pubblico di lettori profondamente cambiato. Il bipolarismo
produce notevoli effetti sull'informazione, creando fratture ma anche
semplificando i termini di una questione. Quindi è più difficile costruire
e gestire complesse ideologie, come invece succedeva una volta. Oggi sono
caduti i grandi riferimenti culturali della politica - non ci sono più
grandi maestri del pensiero che interpretano un'epoca intera. Le scuole e
le accademie politiche non sono più integrate nei meccanismi dei partiti.
I media soffrono gravi problemi di bilancio.

Il secondo fattore di mutamento strutturale sono i partiti. Quelli vecchi,
ormai estinti, erano centri di gravità politica, economica, culturale,
sociale. Decurtati in numero, ma moltiplicati nel loro peso istituzionale,
oggi i partiti diventano forze di governo oppure sono emarginati
all'opposizione. Le scelte sono due: riprendere il contatto con la realtà
oppure continuare ad ignorarlo. Ma nel secondo caso non è più possibile,
come una volta, ricorrere alle mistificazioni dell'ideologia nell'attesa
di ritornare al potere - l'unica ed ultima risorsa è rimasta
l'antiberlusconismo: minuscoli frammenti di una post-ideologia contra
personam. Senza idee, progetti, valori. Allora ecco le campagne
diffamatorie a mezzo stampa, anch'esse l'estrema risorsa per propagare
questi brandelli di post-ideologia. Niente intellettuali, niente
mobilitazioni di piazza, niente forze sociali: solo pettegolezzo in prima
pagina. E' chiaro che la verità dei fatti finisce nuovamente scissa dalla
loro rappresentazione mediatica.

Ecco il punto: la destra ha vinto perché ha ripreso il collegamento tra la
realtà e la sua rappresentazione. La destra non è solo ideologia e non è
solo materialismo. E' un pragmatismo che vuole unire i fini ideali con i
mezzi concreti. La sinistra, erede sopravvissuta del la prima Repubblica,
non si è ancora emancipata pienamente dalla scissione tra realtà e
rappresentazione. Continua testardamente a battere sulla rappresentazione
mediatica di una realtà che non c'è - ecco gli attacchi dei giornali di
sinistra al premier. Non possono ribattere sulla realtà, perché la
sinistra non è a contatto della realtà. Rispondono con la post-ideologia
dell'anti-berlusconismo. Ma l'eliminazione politica di Berlusconi non
porta a nessun progetto politico alternativo. E' soltanto un istinto
demolitore per ritornare al potere e ricominciare a costruire una realtà
fittizia. Potere da una parte, popolo dall'altra. Ma la storia non fa
retromarcia.

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Meglio rimboccarci le maniche.

http://eva.pescomaggiore.org

Meglio rimboccarci le maniche

Siamo un gruppo di semplici cittadini di Pescomaggiore,
l'antico borgo in montagna vicino l'Aquila. Il 6 aprile
alle 3 e 32 abbiamo perso la casa.

Solo 1 su 10 di noi questo inverno sarà il "fortunato"
cui verrà offerto un tetto sotto cui ripararsi. Un tetto a
10 km dal paese.

Invece di lamentarci abbiamo preferito rimboccarci le
maniche .

Meglio una casa vera, specie se costa come un container.

Tre generosi compaesani ci hanno messo a disposizione un
terreno, con un panorama da mozzare il fiato, a pochi passi
dal centro s torico.

Con l'aiuto di avvocati e architetti volontari, abbiamo
progettato e cominciato a costruire sette piccole abitazioni
che devono essere pronte prima del freddo, della pioggia e
della neve, cioè entro due mesi.

Stiamo dimostrando che è possibile fare case economiche,
ecologiche e rapide da realizzare se usiamo prevalentemente
materiale naturale, economico e reperibile sul posto: la
struttura portante in legno, la tamponatura in balle di
paglia, il cemento ridotto al minimo, le stufe a pellet per
scaldarci, i pannelli solari e fotovoltaici che ci daranno
l'energia elettrica e l'acqua calda di cui avremo
bisogno.

La mano d'opera siamo noi stessi che impugnamo gli
attrezzi del mestiere e preferiamo la fatica attiva
all'indolenza obbligatoria del terremotato.

Così, con la cifra di 150 mila euro con cui voi
normalmente paghereste una casetta, noi possiamo costruirne
sette; ma ricordate che no i abbiamo perso tutto e che lo
Stato non ci sta aiutando, quindi anche quei pochi soldi che
se rvono, per noi sono tantissimi.

Meglio la solidarietà diretta

Gli italiani sono già stati generosi ed hanno sottoscritto
molti soldi per il terremoto; purtroppo però a noi è
arrivata solo qualche tenda e molte chiacchere.

Questo ulteriore sforzo che chiediamo, invece, va
direttamente da voi a noi: avrete nome e cognome di chi li
usa, potete controllare su questo sito come procedono i
lavori, soprattutto potrete partecipare alle decisioni.

Questi bilocali e trilocali ci permetteranno di non
abbandonare Pescomaggiore in attesa della ricostruzione e di
mantenere vivi i nostri rapporti sociali.

Nel sito http://eva.pescomaggiore.org ti presentiamo
meglio il nostro progetto.

Aiutaci a far rinascere Pescomaggiore.

SOSTEGNO ECONOMICO:
IBAN: IT 87 S 05748 15404 100000008397
COMITATO PER LA RINASCITA DI PESCOMAGGIORE
CAUSALE: ECOVILLAGGIO
Contattaci per chiarimenti all'indirizzo
eva@pescomaggiore.org

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Le religiose nella resistenza.

Le religiose nella resistenza.

7. MEMORIA. SILVIO MENGOTTO: LE RELIGIOSE NELLA RESISTENZA
[Da "Jesus" n. 7 del luglio 2009 col titolo "Partigiane in tonaca" e il
sommario "La Resistenza italiana al nazifascismo e' stata studiata da mille
prospettive. Resta ancora troppo in ombra, pero', il contributo offerto da
decine di suore e religiose, che rischiarono la vita per proteggere e
aiutare ebrei, ricercati e militanti antifascisti" (In: NOTIZIE MINIME
DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO, Numero 933 del 4 settembre 2009)]

Tra le tante prospettive storiche che hanno studiato la Resistenza, la piu'
dimenticata e' forse quella del contributo offerto dalle religiose: un
ruolo
che non fu mai di secondaria importanza e si concretizzo' senza mai
abbracciare un'arma se non quella della carita', del coraggio, della
resistenza civile all'oppressione e alla violenza. Per questo nascosero nei
loro conventi ebrei, sfollati, ricercati, sbandati, renitenti alla leva,
perseguitati politici, feriti e anche partigiani. Suor Albarosa Bassani,
autrice di Le suore Dorotee durante la Seconda guerra mondiale, dice: "Di
questo tema si conosce ancora molto poco. Durante la guerra le suore
Dorotee
hanno compiuto atti di valore civile finora rimasti sconosciuti anche alla
storia locale. Centinaia di donne consacrate misero a repentaglio la
propria
vita per aiutare chi aveva bisogno, dai malati, alle povere pazze, alle
orfanelle, all'umile gente dei quartieri romani".
Anche per suor Wandamaria Clerici, studiosa della figura di suor Enrichetta
Alfieri, il contributo delle religiose nella Resistenza "non ha ricevuto la
dovuta attenzione, perche' le suore non sono abituate a far rumore,
consumano la loro vita in modo umile e nascosto, anche se, alcune volte, le
loro azioni riescono a raggiungere punte di eroismo ammirevole". Secondo
monsignor Ennio Apeciti, "sembra che il contributo delle religiose non solo
alla Resistenza, ma piu' ampiamente all'aiuto a migliaia di oppressi,
prigionieri, profughi, ebrei che vissero quel tempo drammatico sia coperto
da uno strano silenzio".
Oggi pero' questo ruolo sta emergendo da molti studi, come e' apparso
evidente anche al convegno organizzato lo scorso aprile dall'Associazione
culturale Ambrosianeum, in collaborazione con l'Azione Cattolica
ambrosiana,
sul tema "Le suore e la Resistenza" che si e' concluso con l'approvazione
della proposta di monsignor Giovanni Barbareschi affinche' nelle citta' e
nei paesi in cui vi sia stato un istituto di suore che ha collaborato alla
lotta di Liberazione in vario modo sia dedicata una "Via Suore della
Resistenza".
Dopo l'8 settembre 1943 in molte localita' italiane si registrarono gesti
significativi nei conventi e negli istituti religiosi femminili che
esprimevano l'intento di contenere la violenza, assistere in varie forme la
popolazione, i partigiani, militanti in clandestinita'. Le religiose si
fanno carico del destino di estranei, sconosciuti, ebrei, sfamando e
proteggendo, nascondendo persone messe a rischio dalla guerra. Un autentico
maternage. Suor Grazia Loparco, docente alla Pontificia facolta' di Scienze
dell'educazione, ha pubblicato uno studio sull'assistenza prestata dalle
religiose di Roma agli ebrei durante la seconda guerra mondiale, in cui per
la prima volta si documenta che a Roma furono circa 4.000 gli ebrei salvati
nei duecento istituti religiosi nella citta'. Di questi, 133 erano conventi
femminili preservati dalle incursioni naziste da appositi cartelli della
Santa Sede. La ricerca mette in evidenza "l'apporto singolare" delle
religiose per nascondere gli ebrei a Roma tra l'autunno del 1943 e il 4
giugno 1944: "La Santa Sede aveva provveduto a garantire gli stabili
dinanzi
al Governo e poi incoraggio' l'ospitalita' e la misericordia". E' anzi
"probabile che l'accoglienza negli istituti fosse cominciata senza
attendere
direttive esplicite dalla Santa Sede, sebbene vari testimoni facciano
riferimento ad alcune comunicazioni e richieste giunte oralmente attraverso
canali ecclesiastici".
La permanenza degli ebrei negli istituti religiosi romani "vario' da pochi
giorni a parecchi mesi (anche nove o piu'). Alcuni passarono da un convento
all'altro". Se prima del 16 ottobre 1943 era difficile procurarsi un
documento falso, "in seguito le Benedettine di Priscilla si prestarono alla
distribuzione di tessere false e documenti d'identita', portati da Giulio
Andreotti". Non manco' neppure la fantasia e l'ingegno: le suore
Compassioniste di Maria "accolsero sessanta signore ebree con le figlie,
regolarmente registrate come suore, con nomi convenzionali ben pensati e
capaci di pregare come le altre". Per suor Grazia Loparco il motivo che
spinse le religiose al rischio fu "l'appello alla carita' che proviene dal
Vangelo. Pressate dalle richieste di donne, bambini, talora anche uomini
ricercati, molte sentirono che dovevano aprire le porte e il cuore,
condividere il poco che avevano e anche la paura delle perquisizioni".
Nel 1953 il Parlamento israeliano crea il titolo di Giusto tra le nazioni
con lo scopo di ricordare coloro che hanno salvato la vita a uno o piu'
ebrei. Tale titolo e' stato attribuito anche a una ventina di religiosi e
religiose. Tra questi, si trovano i nomi di suor Marta Folcia, suor
Benedetta Vespignani, suor Virginie Radetti, suor Emilia Benedetti, suor
Margherita (Claire) Bernes, suor Ferdinanda (Maria) Corsetti, suor
Emerenziana (Anna) Bolledi, suor Maria Maddalena Cei, suor Maria Angelica
Ferrari, madre Giuseppina Lavizzari, suor Elis Esselblad, suor Sandra
(Ester) Busnelli, madre Marie Xauvier Marteau.
In un recente articolo sulla rivista "Segno", Barbara Garavaglia documenta
una scheggia di storia sconosciuta. Ad Assisi gli ebrei in fuga, soldati
allo sbando, sfollati, partigiani, perseguitati politici, trovarono rifugio
nei sotterranei delle clarisse di San Quirico di Assisi. Nel suo Libro
delle
memorie, madre Maria Giuseppina Biviglia annota: "Le persone che si
rifugiavano da noi furono, per grazia di Dio, nei nostri riguardi tutte
oneste, rette, buone e anche religiose, tanto i cattolici quanto gli ebrei.
Venne qualche fascista durante il Governo Badoglio e dopo l'entrata degli
americani; qualche socialista... Era proprio un'arca di Noe'". Sempre nelle
memorie di San Quirico e' registrato il nome del campione di ciclismo Gino
Bartali che, nel telaio della propria bicicletta, portava a Firenze - altra
citta' che si distinse per l'aiuto prestato agli ebrei, grazie al cardinal
Elia Dalla Costa - le fotografie dei clandestini, e riportava a San Quirico
documenti falsi.
L'attivita' di soccorso e protezione a sbandati, sfollati ed ebrei in
particolare coinvolse la Chiesa italiana a macchia di leopardo. Nella
Chiesa
toscana il cardinal Dalla Costa svolse un ruolo centrale nella copertura e
nella promozione delle iniziative di soccorso. Le diocesi piu' direttamente
coinvolte furono Firenze, Lucca, Siena, Pescia, Arezzo. A Firenze furono
coinvolti 41 tra conventi, istituti e parrocchie e dodici erano conventi o
monasteri femminili.
Nella sua ricerca storica, suor Albarosa Bassani documenta gli atti di
coraggio compiuti dalle suore Dorotee. A Venezia, nella casa S. Filippo in
sestiere Dorsoduro, le suore avevano un laboratorio di ricamo dove "suor
Pier Damiana Cadorin accolse e nascose tre signore ebree, inserendole tra
le
donne sordomute del laboratorio". La comunita' israelitica veneziana nel
1955 conferi' a suor Damiana un attestato di riconoscenza per quanto aveva
fatto, a nome di tutti quegli ebrei che avevano "conservato intatto nel
cuore il ricordo del bene che, fra tanto male, era stato compiuto in quei
tristissimi anni".
Nel Vicentino, invece, le suore "nascosero in soffitta il capo dei
partigiani che lavorava in pianura. Un'ispezione della SS tedesca irruppe
nell'asilo, che fu rovistato e messo sossopra in ogni luogo. La superiora,
con un bambino per mano, accompagnava gli intrusi e in cuore suo tremando
invocava le Anime Sante del Purgatorio e il Signore che, per l'innocenza di
quel bimbo, risparmiasse la casa e la loro vita. Infatti, sconfitti e
confusi, quelli si allontanarono minacciando altre e piu' terribili
ispezioni. Quel capo partigiano, a notte fonda, trovo' la sua salvezza
nella
fuga".
Se le suore, continua suor Albarosa Bassani, "hanno aiutato i tedeschi e i
fascisti quando questi erano ammalati o feriti, e' perche' in essi vedevano
soprattutto 'l'uomo da salvare'. Tuttavia, quando si e' trattato di
scegliere da che parte stare, di agire direttamente, correndo rischi che
implicavano la perdita della vita, queste suore sparse in tante parti
d'Italia, senza comunicare tra di loro, come guidate da un sesto senso,
scelsero di aiutare soprattutto gli ebrei e i partigiani. La loro, dunque,
fu istintivamente una scelta di liberta'".
Nelle carceri di San Biagio di Vicenza, suor Demetria Strapazzon era
chiamata "l'angelo di San Biagio e la mamma dei detenuti" perche' vigilava
"sulle donne, preparava alla morte i condannati alla fucilazione,
raccoglieva i loro desideri per trasmetterli alla famiglia. Ai detenuti
partigiani che ritornavano torturati, fra questi qualche sacerdote, lei
preparava un caffe' o un calmante, medicava loro le piaghe e li
incoraggiava".
La figura di suor Demetria e' incredibilmente simile a quella di suor
Enrichetta Alfieri, che operava nel carcere di San Vittore a Milano,
chiamata dai detenuti "l'angelo e la mamma di San Vittore". Suor Enrichetta
passava tra le stanze dell'infermeria del carcere e nelle profonde tasche
del suo grembiulone di infermiera teneva medicinali, ma soprattutto
"biglietti" preziosi, che riuscivano a salvare vite umane. Venne scoperta e
arrestata, rischiando la fucilazione e l'internamento nei lager nazisti.
Nelle testimonianze raccolte durante il processo di beatificazione,
spiccano
quelle di Mike Bongiorno e di Indro Montanelli. Mike Bongiorno, incarcerato
a San Vittore nel 1943, perche' oriundo americano, disse: "Suor Enrichetta
era effettivamente un personaggio incredibile. In carcere parlavano tutti
di
quest'angelo, che nel Reparto femminile aiutava le prigioniere e si faceva
in quattro per alleviare ogni pena. Ella rappresenta un poco la storia di
tutti quelli che hanno sofferto in San Vittore durante quegli anni
terribili. Chi lavorava dentro era un eroe".
Indro Montanelli venne arrestato con la moglie nel carcere di San Vittore
per l'attivita' giornalistica. Di lei disse commosso: "Suor Enrichetta era
una stupenda figura di religiosa. Una suora buonissima e coraggiosa. Le
saro' grato per sempre. Tutti noi ricevevamo, grazie alla sua regia,
bigliettini e informazioni. Cosi' grande era il conforto di quegli incontri
furtivi, cosi' immensa la gratitudine per chi con grande rischio personale
li rendeva possibili, che ancora oggi il ricordo di suor Enrichetta e della
sua veste frusciante suscita in me la devota ammirazione che si deve ai
santi o agli eroi. In questo caso, a entrambi".
A Milano operarono nel nascondimento altre religiose sconosciute, come per
esempio suor Teresa Scalpellini e suor Giovanna Mosna, infermiere
all'Ospedale Maggiore di Niguarda. Tramite una rete clandestina di
partigiani e antifascisti, le suore collaboravano con medici e infermiere
allo scopo di assistere i detenuti politici, organizzare la loro fuga,
raccogliere materiale sanitario per partigiani ed ebrei. Madre Donata
Castrezzati, superiora delle Poverelle dell'Istituto Palazzolo di Milano,
e'
un'altra figura di religiosa sconosciuta. Sotto la sua guida, con il tacito
consenso delle autorita' ecclesiastiche, il Palazzolo di Milano divenne il
soggiorno obbligato degli ebrei che transitavano da Milano avviati
clandestinamente in Svizzera. Madre Donata venne scoperta e incarcerata a
San Vittore.
Sempre a Milano, nell'istituto Casa di Nazaret, nel massimo segreto gli
ebrei venivano seguiti da una suora. In qualche circostanza, collaborando
con sacerdoti, fu possibile accompagnare gli ebrei oltre confine. Ma la
Casa
di Nazaret ospito' anche il Comando dei Volontari della Liberta' che aveva
lo scopo di organizzare e gestire le ultime fasi dell'insurrezione. Dalla
cronaca della Casa Nazaret, datata proprio 25 aprile 1945, si legge:
"Quante
grazie per il nostro Istituto, per le nostre Case e specialmente per la
nostra diletta Nazaret! La nostra rev.ma madre generale Rosa Chiarina
Solari, certo per ispirazione divina, fine strumento che Dio adopero' per
compiere i suoi disegni di misericordia. Fu richiesto un locale ove di
tanto
in tanto i capi dello Stato maggiore del Comitato di Liberazione si
radunavano per studiare i loro piani di rivolta. In casa nessuno era a
conoscenza di cio'".
A Viggiu' opero' suor Lina Manni, che per trent'anni fu a capo della
congregazione varesina fondata da monsignor Carlo Sonzini: "Questa suora
insieme a monsignor Sonzini ebbe un ruolo decisivo nel salvataggio di molte
famiglie di ebrei, che le autorita' avevano confinato in Casa San
Giuseppe".
Nelle vicende complesse della lotta di Liberazione non mancarono episodi di
segno contrario, ma per suor Grazia Loparco la presenza delle religiose
nella guerra fu "un'esperienza concreta della carita' di donne che si sono
chinate sulle poverta', sulle debolezze e sulle infermita' di persone
bisognose di aiuto. Quasi mai le religiose, per quanto ne sappiamo, agirono
per motivi politici. Erano piuttosto spinte dalla carita', che imponeva in
tempi di emergenza di aiutare chiunque ne avesse bisogno. Per questo si
trovarono talvolta sotto lo stesso tetto renitenti alla leva, ricercati per
motivi politici, ebrei, sfollati, orfani... In alcuni casi offrirono una
base di appoggio ai partigiani. Dinanzi alle ingiustizie palesi del
nazifascismo e alla durezza della guerra diedero un contributo di umanita',
superando antichi steccati. Basti pensare agli ebrei: dal punto di vista
religioso non c'era dialogo, ma prevalse il buon senso di rischiare per
persone che forse non si sarebbero salutate per strada".


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Libertà 2.0

Libertà 2.0

Orione Lambri, 02 settembre 2009, 14:15
http://www.aprileonline.info/notizia.php?id=12765

La Rete è come il mare, l'elemento naturale per la libertà d'espressione e
la libera condivisione della conoscenza

"Teresa ha gli occhi secchi
guarda verso il mare
per lei figlia di pirati
penso che sia normale
Teresa parla poco
ha labbra screpolate
mi indica un amore perso
a Rimini, d'estate"

Il primo maggio del '68 mentre gli studenti francesi stanno per cambiare
il mondo, Giorgio Rosa dichiara l'Insulo de la Rozoj - Isola delle Rose in
Esperanto, una piattaforma di 400 metri quadrati con tubi in acciaio
appoggiati sul fondale, undici chilometri al largo di Rimini al confine
con le acque internazionali - stato sovrano, indipendente dall'Italia.

Sono i tempi delle radio pirata, che sfidano il "palinsesto unico" delle
emittenti nazionali da potenti stazioni trasmittenti montate su barche di
fortuna, ormeggiate fuori dalle acque territoriali e quindi dalla portata
del "monopolio della forza" degli stati. Come l'Isola delle Rose, in
teoria.

Come un soll'uomo invece scattano tutti i partiti: l'Msi contro la
violazione del sacro suolo patrio, il ministro dell'Interno Paolo Emilio
Taviani per il "grave pericolo" corso dalla democrazia, il Servizio
segreto militare convinto che l'Isola sia in realtà una base camuffata per
l'attracco dei sommergibili sovietici, il parlamentare comunista Renato
Zangheri che la considera una manovra destabilizzante del leader albanese
Enver Hoxha.

Passano meno di due mesi e il 24 giugno dieci pilotine di poliziotti e
carabinieri circondano l'Insulo de la Rozoj e ne prendono possesso. Il 13
febbraio 1969, 1.080 chili di dinamite della marina militare si occupano
di togliere dal mondo la piattaforma-simbolo dell'intollerabile eresia di
libertà, "bruciato in piazza dalla Santa Inquisizione" come l'amore di
Teresa nella "Rimini" di Fabrizio de Andrè. "Giovanotto, quando esce di
qui dia un'occhiata alle mappe su Internet. Troverà una sorpresa."

La zampata di Giorgio Rosa, ingegnere bolognese apolide, arriva alla fine
della sua intervista al Corriere e contiene una piccola verità
sorprendente: su Google Maps l'Insulo de la Rozoj esiste ancora. Là, le
pilotine e l'esplosivo non sono mai arrivati e la guerra - "l'unica che
l'Italia sia stata capace di vincere" - non è mai stata combattuta.

La Rete è come il mare, l'elemento naturale per la libertà d'espressione e
la libera condivisione della conoscenza.

L'ha capito bene Rick Falkvinge, il leader del Partito Pirata Svedese, che
alle scorse europee ha preso il 7% dei voti e sarà ospite del primo
congresso di Agorà Digitale, l'associazione radicale per le libertà e la
democrazia digitali, che il 6 settembre a Salerno lancerà la prima
campagna nazionale per la legalizzazione del file sharing, la riforma del
diritto d'autore e l'abolizione del monopolio SIAE.

Insieme a lui il più famoso hacker etico italiano, Raul Chiesa, consulente
per le Nazioni Unite sul cybercrime e Marco Calamari del Progetto Winston
Smith, dibatteranno per definire una strategia di difesa della privacy,
contro la censura in Italia e all'estero, per la quale Agorà Digitale si
dice pronta a muoversi sia sul piano tecnologico che politico.

Intorno all'associazione radicale è partito un dibattito sul file sharing
- o peer to peer, lo scambio di files in Rete - che tenta di uscire dalla
disputa romantico-ideologica sulla cosiddetta pirateria per cercare
soluzioni in grado di conciliare la remunerazione di chi detiene i diritti
delle opere con l'accesso universale alla conoscenza.

In quest'ottica sono state presentate due proposte di legge da
parlamentari radicali del gruppo del Pd, che andranno in discussione nelle
prossime settimane.

In tempi in cui gli USA di Obama rischiano di approvare una legge che
conferisce al presidente il potere di "spegnere" Internet (e tutti i pc
del paese) in caso di "cyberpericolo", con la Francia di Sarkozy che ha
già messo fuorilegge il peer to peer e l'Italia dell'Avanzo di Balera che
ci sta provando, l'azione dei radicali è preziosa.
Mostra che il dibattito ideologico non serve alla causa ma solo ai censori
e che per governare la contemporaneità bisogna conoscerla. E volerle un
po' di bene.

Fonti:

"Riemerge l'isola dell'Utopia" dal Corriere della Sera

"Il controllo del web a Obama" dal Corriere della Sera

Il sito dell'associazione Agorà Digitale

Agenda Coscioni sul file sharing

NEXA position paper su file sharing e licenze collettive estese

Blog: http://orione.ilcannocchiale.it/

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Le due Guerre: perché L'Italia ha sconfitto il terrorismo e non la mafia

Le due Guerre: perché L'Italia ha sconfitto il terrorismo e non la mafia

Carlo Dore jr., 02 settembre 2009, 15:54
http://www.aprileonline.info/notizia.php?id=12773

Torino - Palermo: andata e ritorno. Con lo stile asciutto ed incisivo
proprio di chi di determinati avvenimenti è stato protagonista e non
semplice osservatore, Gian Carlo Caselli racconta la sua quasi trentennale
esperienza di magistrato in prima linea, impegnato sia nella lotta al
terrorismo brigatista sia nella repressione del fenomeno mafioso
all'indomani delle stragi del 1992


"LE DUE GUERRE - PERCHE' L'ITALIA HA SCONFITTO IL TERRORISMO E NON LA
MAFIA".
G. Caselli, ed. Melampo, 2009, pp. 160, E 15,00

Nel resoconto delle sue "due guerre", l'attuale Capo della procura
torinese ripercorre quella sottile rete fatta di verità nascoste e
menzogne urlate a reti unificate, di guardie e ladri, di eroi e
burattinai, di martiri e carnefici che costituisce il substrato
fondamentale della storia italiana del dopoguerra, con l'obiettivo di
porre il lettore dinanzi ad un solo, ineludibile interrogativo: perché lo
Stato è riuscito a sconfiggere il terrorismo, ma non a sconfiggere la
mafia? Per quale ragione gli anni di piombo appaiono ormai come una
vicenda da consegnare una volta per sempre alle valutazioni degli storici,
mentre Cosa Nostra continua a dispiegare la sua influenza sulla vita
economica e sociale del Paese?

La riposta di Caselli può essere così sintetizzata: il terrorismo fu
sconfitto perché lo Stato, attraverso tutte le sue articolazioni, scelse
di mobilitarsi sia per sostenere le indagini condotte dal pool organizzato
da Mario Carassi e dai carabinieri del generale Dalla Chiesa (indagini
condotte in base ai criteri di "centralizzazione e specializzazione" che
verranno poi adottati anche da Giovanni Falcone per impostare il
maxiprocesso del 1986), sia per diffondere all'interno delle fabbriche,
dei sindacati e del mondo del lavoro il messaggio secondo cui le BR -
lungi dal rappresentare una sorta di moderna riproduzione del mito di
Zorro o di Robin Hood - dovevano essere percepite come un fenomeno
criminale che gli inquirenti erano tenuti a perseguire non per esaltare
imprecisate pulsioni repressive, ma per riaffermare una volta di più il
primato della cultura della legalità sulla cultura delle pallottole.
L'impegno civile di personalità del calibro di Diego Novelli, Aldo
Viglione e Adelaide Aglietta, oltre al sacrificio dell'indimenticabile
Guido Rossa, furono in questo senso determinanti non sono per isolare i
brigatisti dal resto della società civile, ma anche per palesare la
condizione di assoluta minorità delle tesi sostenute da quei settori della
sinistra extraparlamentare che manifestavano l'intendimento di non
schierarsi "né con lo Stato, né con le BR".

Per contro, una simile mobilitazione di politica ed istituzioni non fu
riscontrabile con riferimento ad alcune fasi della lotta alla Mafia: se
infatti il consenso all'azione degli inquirenti risultò unanime
fintantoché le inchieste della Procura di Palermo si concentrarono
sull'ala militare e stragista di Cosa Nostra, questo consenso venne
rapidamente meno nel momento in cui i PM iniziarono ad esaminare quella
fitta rete di rapporti tra criminalità organizzata e colletti bianchi che
del fenomeno mafioso costituisce una delle principali ragion d'essere, a
ricostruire quell'unitario progetto politico che, secondo Rocco Chinnici,
rappresenta il "filo rosso" in grado di unire tra loro tutti i grandi
delitti di mafia.

La necessità di preservare l'integrità del "Terzo livello" ha dunque
costituito la ragione giustificativa della costante delegittimazione
della Procura di cui Caselli aveva la direzione, delegittimazione basata
sull'operazione mediatica volta a trasformare, agli occhi dell'opinione
pubblica, le sentenze di non doversi procedere per prescrizione del reato
in assoluzioni con formula piena, a ridurre le ipotesi accusatorie basate
su solidi riscontri oggettivi alla degradante condizione di "teoremi
ispirati da indefinibili ragioni ideologiche", ad individuare perfino in
un evento drammatico come il suicidio di Luigi Lombardini il fattore
idoneo a minare una volta per sempre la credibilità di un ufficio non
compatibile con determinati centri di potere.

Ideale icona dell'amarezza che residua all'indomani di una sconfitta in
una guerra che lo Stato (anche a causa di una serie di infelici
valutazioni di politica criminale) ha scelto di non vincere è proprio la
figura del "magistrato democratico", ben rappresentata tanto dallo stesso
Caselli quanto soprattutto da Falcone: la figura del magistrato che - nel
perseguire quegli obiettivi di eguaglianza formale e sostanziale
consacrati nell'art. 3 della Costituzione - svolge le sue funzioni
ritenendosi soggetto unicamente alla Legge, senza curarsi delle reazioni,
delle polemiche e dei veleni che dalle sue scelte possono derivare. La
figura del magistrato che rifiuta di conformarsi all'idea di una giustizia
"a due velocità": forte con i deboli ma debole con i forti.

Per questo, non può che condividersi la riflessione contenuta nella
postfazione di Marco Travaglio, laddove auspica che "Le due guerre" venga
letto non solo da quanti già svolgono la funzione di magistrato, ma anche
da tutti gli studenti delle facoltà di giurisprudenza che individuano
nella Magistratura un possibile orizzonte professionale: affinché
comprendano l'importanza del valore dell'autonomia e dell'indipendenza
delle Toghe rispetto alle contingenti volontà di una determinata
maggioranza politica.

In tal senso, esiste una sorta di ideale continuità tra le posizioni
espresse da Caselli e le prime pagine di un vecchio, bellissimo romanzo di
Scott Turow, in cui viene riportata la dichiarazione di apertura che un
pubblico accusatore rivolge ai giurati all'inizio di un processo : "Io
sono la pubblica accusa. Rappresento lo Stato. Sono qui per esporvi le
prove di un reato. Il vostro compito è accertare i fatti. La verità. C'è
stata una vittima. C'è stata sofferenza. Voi dovete almeno cercare di
accertare che cosa è accaduto veramente. Se non potete farlo, noi non
sapremo se l'imputato merita di essere liberato o punito. Non sapremo chi
è il colpevole. Se non possiamo scoprire la verità, che speranza possiamo
avere di giustizia?".


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